Le nomine UE, con il “niet” a Lega e Le Pen, confermano la fine del liberalismo


Il giro di nomine conseguenti al rinnovo del Parlamento europeo ha dimostrato ancora una volta la supponenza e l’arroganza dell’establishment comunitario. L’Unione Europea non riesce a imparare nulla dai propri errori, ma continua a credere di poter mettere a tacere chi non si allinea al pensiero unico. E come crede di poterlo fare? Semplicemente non prendendo in considerazione chi sta su posizioni diverse. Questo approccio assurdo è testimoniato bene da Ursula Von der Leyen, ex ministro della Difesa tedesca, che per accedere alla carica di presidente della Commissione europea ha chiuso qualsiasi trattativa con i Verdi e con i sovranisti. A dire il vero, inizialmente aveva pure pensato di incontrare il Movimento 5 Stelle e il gruppo Identità e Democrazia, poi però è tornata sui suoi passi: ha dimostrato in questa maniera che a Bruxelles non hanno alcuna intenzione di includere altre posizioni nell’opera politica che dovrebbe appunto essere “comunitaria”.

La scusa per ignorare ed escludere questi poveri reietti che hanno di fatto vinto le elezioni di maggio è tanto facile quanto superficiale: è inutile parlare coi sovranisti brutti e cattivi perché tanto loro desiderano disgregare il Vecchio Continente e riportarlo agli egoismi che scatenarono le guerre mondiali del ventesimo secolo. Così, l’élite eurocratica è convinta che sia una cosa opportuna e corretta escludere dagli incarichi e dalle trattative proprio quelle forze politiche uscite vincenti nei rispettivi Paesi: con un atteggiamento del genere, non si può che rammentare quanto affermava Leo Longanesi:

un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.

E questo aforisma sta appunto cominciando a materializzarsi. Basta sentire i fischi e le proteste alla parata del 14 luglio in Francia, che invece di riappacificare i francesi intorno ai loro valori nazionali, ha rinfocolato il malcontento che era esploso nel 2018 con i Gilet Gialli. In Italia, invece, è sufficiente vedere come la Lega aumenti i propri consensi elezione dopo elezione e persino ogni volta in cui i suoi esponenti vengono attaccati o derisi dagli altri politici o persino dai giornalisti: per non dire poi delle trappole politiche e mediatiche tese a Matteo Salvini, uscito vincente da ogni situazione. Dalle quotidiane accuse di fascismo alle minacce di morte: quelli “democratici”, “umani” e “intellettuali” non apprestavano un fuoco di fila così pesante dai tempi del tant vituperato Silvio Berlusconi (poi blandito da quei personaggi appena citati, nel momento in cui poteva risultare utile per governare insieme). Ma ogni volta in cui l’élite europeista tenta il colpo di mano, sortisce l’effetto contrario, decretando il successo del nemico: sembra proprio che non impareranno mai la lezione.

Ne abbiamo un esempio lampante leggendo un lungo editoriale di Paola Peduzzi de Il Foglio. Per lei sarcasticamente “La libertà non russa”: e fin qui ognuno è libero di pensarla come vuole. Il problema è che questo appello alla libertà contro i mostri del Cremlino viene corroborato portando l’esempio di un personaggio come Tony Blair. La Peduzzi ne canta le lodi, ma la Storia lo ricorderà come colui che mentì spudoratamente pur di partecipare all’invasione dell’Iraq, un’impresa sciagurata che oltre a migliaia di morti innocenti diede inizio alla destabilizzazione del Medio Oriente. Nel suo articolo la Peduzzi non si vergogna affatto di glorificare il liberalismo di Blair, cioè proprio quel politico che ha usato questo concetto per mascherare un progetto neo-coloniale. Il liberalismo o le idee democratiche dell’Occidente non crollano di certo per le dichiarazioni del Presidente russo, ma muoiono quotidianamente con l’ipocrisia dei politici europei e l’asservimento dei giornalisti. Non si può non riconoscere che Vladimir Putin abbia ragione quando dice sul Financial Times che

Vladimir Putinl’idea liberale ha superato il proprio obiettivo iniziale nel momento in cui la popolazione si è espressa contro l’immigrazione, i confini aperti e il multiculturalismo. L’Occidente sarà in pericolo come struttura di valori condivisi finché i suoi governanti continueranno a chiudersi a un confronto riformista e a praticare un atteggiamento ipocrita e illiberale verso quelli che chiedono un cambiamento.

Pubblicato su Inforos.ru

 

 

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