Libia, Haftar pronto per un ruolo prestigioso in un governo forte


A fronte delle notizie sui bombardamenti a Tripoli, è di stretta attualità comprendere cosa stia effettivamente avvenendo in Libia e quali soluzioni possano mettere fine alla stagione di sangue che sta vivendo la popolazione, oltre al ruolo che in questo contesto sta assumendo il generale Khalifa Haftar. Per approfondire questi temi abbiamo interpellato Andrea Foffano, saggista e docente di Sicurezza e Intelligence all’ASCE di Venezia.

Andrea Foffano, scrittore e professore universitario

Qual è la situazione in Libia dopo i recenti avvenimenti?
– Direi che la fase offensiva ha perso lo slancio iniziale. Non credo che il generale Haftar avesse l’intenzione di sfondare il blocco di Tripoli al primo attacco. Conosce troppo bene il popolo libico e sa che, per risolvere la situazione, ha necessariamente bisogno di trovare consenso attraverso una mediazione politica. Così come al-Sarraj è consapevole di non essere in grado di stabilizzare la Tripolitania con le intese raggiunte tra le varie milizie, troppo spesso in lotta fra loro. Ho la sensazione che si sia entrati in una fase di studio strategico, che potrebbe anche sfociare in un accordo fra le parti.

Allora Haftar come si sta muovendo?
– Nonostante non abbia molti sponsor europei, credo che Haftar stia facendo le mosse politiche giuste: tramite trattative sta puntando a ottenere un ruolo di prestigio, come ad esempio il Ministero della Difesa o il comando di un nuovo esercito nazionale unico. Non credo che ambisca a ricoprire il ruolo di Premier. La Libia è un Paese difficile, diviso in centinaia di milizie in conflitto fra loro; personalmente ritengo che oggi solamente Saif, il figlio di Gheddafi, potrebbe portare le principali tribù intorno a un tavolo.

Questo scenario decreterebbe la sconfitta di al-Sarraj e del Governo di Accordo Nazionale.
– Il presidente del Consiglio e primo Ministro al-Sarraj non ha neppure il controllo completo della capitale. Ripeto: ci sono troppe milizie, troppe tribù. La situazione è intricatissima.

Il ritorno di un Gheddafi verrebbe visto nel mondo come una sconfitta?
– A livello internazionale l’ascesa del figlio di Gheddafi potrebbe anche passare. Noi italiani abbiamo puntato sul cavallo sbagliato, siamo stati miopi, e la comunità internazionale lo è stata ancora di più, bombardando la Libia nel 2011. Tutti volevano un governo unitario, purché esso venisse imposto dall’alto.
I problemi migratori che l’Italia sta vivendo derivano anche dall’assenza di una guardia costiera libica che sia in grado di effettuare un pattugliamento costante. Un uomo forte porterebbe sicuramente a sviluppare la marina militare libica e quindi a migliorare sensibilmente la situazione.
L’ascesa di Saif Gheddafi, appoggiato da Haftar, potrebbe persino fungere da argine al terrorismo di matrice islamista. Insieme potrebbero essere gli unici ad avere la forza di sferrare un attacco mortale ai vari al-Qaeda e Daesh, isolando così le tribù legate a quegli ambienti.

E l’Italia come si dovrebbe muovere?
– Gli Italiani sono gli europei più presenti in Libia e i maggiormente inseriti nel tessuto sociale del Paese. Per questo si è parlato molto del ruolo che l’Italia avrebbe avuto nel periodo della ricostruzione. Esisteva un gruppo apposito nel nord-est della Penisola composto da più di 100 imprese che hanno investito sulla rinascita della Libia. Purtroppo però la situazione è divenuta insostenibile e gli investimenti sono andati perduti o rimasti congelati: una pacificazione, magari sostenuta anche dall’Italia, permetterebbe il loro ritorno. Nei primi tempi dopo Gheddafi gli italiani hanno saputo coinvolgere nei lavori la popolazione locale, ad esempio nella ricostruzione dell’aeroporto internazionale o di alcuni ospedali. L’Italia può effettivamente aiutare la Libia a rinascere con il commercio, con lo sfruttamento delle zone portuali e con i collegamenti tra le varie città.

Nell’esercito che appoggia il Governo di Accordo Nazionale ci sono milizie legate al terrorismo?
– Ci sono tribù legate ad islamisti radicali che, per forza di cose, sono state coinvolte nel gioco delle parti. Lo ripeto: un governo di unità nazionale potrebbe sconfiggere il terrorismo in Libia e cacciare, una volta per tutte, le frange islamiste. Su questo punto, il generale Haftar costituisce sicuramente un valore aggiunto. Nella sua avanzata, Haftar ha conquistato zone ad alto indice di insorgenza, che rendevano instabile buona parte del Paese. Ma è un’opera che ora è necessario completare. Per questo motivo bisogna avere a capo del Governo Nazionale un uomo carismatico, che sia in grado di unire ai tavoli del potere il più alto numero di famiglie e tribù presenti in Libia, evitando di dover ricorrere al coinvolgimento di gruppi legati alla causa islamista di Daesh o di al-Qaeda.

Pubblicato anche da Inforos.ru

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