Da Wikileaks alla Corea, l’ascensore che porta giù la superpotenza americana


Possiamo ancora considerare gli Stati Uniti d’America come una superpotenza? Questa è la madre di tutte le domande.

Dovrebbero porsela in Occidente non certo i governanti, l’élite o i media, i quali spergiurerebbero di sì anche solo per istinto di conservazione, ma i cittadini comuni delle diverse nazionalità che compongono l’area in cui viviamo: costoro infatti dovrebbero finalmente accorgersi di aver messo il piede in un pericoloso ascensore, lanciato in discesa dagli USA e nel quale vorrebbero che si accomodassero gli abitanti di tutta l’Europa, se non del mondo intero.

Prendiamo come esempio la vicenda della Corea del Nord, una questione che sta assumendo risvolti tra il grottesco e il surreale. Dallo scorso anno Pyongyang sta avvertendo che le esercitazioni congiunte tra Washington e Seul verranno considerate un atto ostile verso il proprio Paese: eppure nessuno nella comunità internazionale ha pensato a convincere gli Stati Uniti che continuare su questa strada poteva essere interpretato come una provocazione deliberata. Ma in Occidente davvero nessuno prova a mettersi dalla parte di chi si trova le armi puntate lungo il confine? Come reagirebbero le democratiche Francia, Germania, Gran Bretagna o Italia se vedessero che il Paese a fianco compie esercitazioni militari vicino alle proprie coste? Ma tanto la Nord Corea è uno Stato canaglia da emarginare, quindi va bene tutto.

Delle batterie missilistiche della Corea del Nord

Una superpotenza sa capire qual è il momento di stemperare i toni o quello di compiere atti distensivi per evitare di mettere a rischio la stabilità geopolitica di un’intera regione. Invece, ormai da decenni gli Stati Uniti compiono solo passi unidirezionali che assecondano esclusivamente i propri interessi: sono loro amici e alleati soltanto coloro che dicono sempre sì, anche quando l’assenso è masochista e soprattutto se coincide con patti commerciali invasivi e magari con la presenza massiccia (ma sempre discreta, per carità) delle Forze armate di zio Sam. Ed ecco allora che le proteste della Cina e i richiami alla moderazione da parte della Russia cadono nel vuoto, rimangono inascoltate dalla comunità internazionale, perché quella sedicente comunità serve solo a legittimare ciò che fanno gli USA. Ma è possibile che se Cina e Russia spiegano per vie diplomatiche che il comportamento americano potrebbe causare lo scoppio di un conflitto, l’ONU non si degni nemmeno di chiedere chiarimenti all’unica parte attiva che non è a casa sua nel mar del Giappone?

È proprio questo l’ascensore che va in giù per la superpotenza americana: è l’incapacità di dialogo senza l’uso della forza, l’assoluto rifiuto di aprirsi al confronto. Una dimostrazione palese di questo atteggiamento è lo scandalo che ha coinvolto il presidente Obama, quando grazie a Wikileaks si è saputo che l’America intercettava i suoi alleati. Si badi bene, non i suoi nemici, ma i suoi stessi “amici”!

Essendo già un attore del teatro dell’assurdo, l’Occidente non si è indignato, non ha preteso l’impeachment del presidente e non ha neppure provato a smentire l’autenticità dei file resi pubblici dal sito di Assange. Intanto, la preoccupazione morbosa degli Stati Uniti prima e dell’Europa poi era di colpire chi aveva rivelato i file secretati. Può una superpotenza avere un tale timore dei suoi alleati al punto di spiarli? Peggio — e non voglio crederci — può raccogliere intercettazioni che possano servire come attività di dossieraggio? Sono queste le politiche che portano inevitabilmente una superpotenza a perdere autorevolezza e infine il suo stesso rango.

Sarebbe interessante sapere da un Roosevelt o da un JFK se l’America avrebbe mai dichiarato — con l’obiettivo di infangare un avversario politico — che le elezioni sono state falsate dall’intervento di un Paese estero. No, non l’avrebbero mai ammesso, neppure sotto tortura. Invece nell’era dei Clinton e degli Obama si è giunti anche a dire questo, facendo perdere qualunque credibilità alla “più grande democrazia del mondo”, quella che addebita agli altri i propri malcostumi: i re dell’hackeraggio che accusano gli hacker di altri Paesi. Nel frattempo nessun giornalista ha chiesto alla signora Clinton se è vera l’email che rivela i suoi presunti rapporti con gli Stati-canaglia che finanziavano l’Isis. Sin dall’inizio invece è stato messo in risalto dalla stampa il problema di come queste email fossero state estorte e se potessero avvantaggiare il suo concorrente, lasciando intendere che dovevano per forza essere state sottratte dalla Russia. Neppure uno sceneggiatore di B-movie saprebbe scrivere di peggio. Eppure c’è un apparato mediatico e un’industria che continua ad allestire menzogne del genere, propinandole al popole come una santa verità — e guai a informarsi altrove o verrete infettati dalle “fake news“! Quello che infetta, invece, è solo l’ennesimo anglicismo che rileva l’ignoranza e il provincialismo delle redazioni delle testate nazionali più diffuse. Occhio, da domani anche questo articolo potrebbe esserlo bollato come “fake”, solo perché provoca disturbo alle menti dei cittadini più ligi, quelli che volentieri seguono le indicazioni dei manovratori sovranazionali. E nessun giornalista, tra quelli di visibilità garantita, pone mai la domanda più semplice e antica: chi controlla i controllori? Saranno forse i burattinai di quella che sta rapidamente diventando una ex-superpotenza?

Articolo pubblicato da Sputnik Italia

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