Un suicidio lungo venticinque anni Così la politica si è consegnata ai pm


Pubblichiamo un articolo a firma Mattia Feltri, uscito oggi su La Stampa, che descrive perfettamente uno dei problemi italiani più sottovalutati in questi anni. Non avrei potuto scriverlo meglio.

I problemi della Lega con la magistratura, al di là del merito della faccenda, derivano dal terribile errore commesso dalla politica venticinque anni fa, quando trascurò una legge fondamentale della fisica istituzionale codificata da Alexis de Tocqueville: ogni potere tende per sua natura a espandersi. Il 29 aprile del 1993 la Camera negò l’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi e il Pds – gettando le basi dei fallimenti successivi – in protesta ritirò la sua delegazione al governo di Carlo Azeglio Ciampi, che poche ore prima aveva giurato al Quirinale. Attraverso il presidente di Montecitorio, Giorgio Napolitano, promosse l’abolizione dell’immunità parlamentare, completata nell’arco di una notte. La guarentigia, di cui s’era fatta distorsione e soperchieria da lustri, era stata studiata anche per stabilire un equilibrio fra i poteri: la politica conservava una difesa invalicabile davanti a una magistratura dotata di un’autonomia sconosciuta nel mondo occidentale, dove i giudicanti sono autonomi, ma gli inquirenti vengono sottoposti al controllo, più o meno invasivo, del governo. L’equilibrio mutò in squilibrio e non se n’è usciti più.

Nel frattempo almeno due governi (già instabili) sono caduti per inchieste giudiziarie, quello di Silvio Berlusconi nel 1994 e quello di Romano Prodi nel 2008. Berlusconi fu raggiunto da un invito a comparire della procura di Milano, che lavorava sulle tangenti alla Guardia di finanza, e Prodi ebbe il suo ministro della Giustizia, Clemente Mastella, indagato dall’ufficio di Santa Maria Capua Vetere, il che scandalizzò un altro ministro, Antonio Di Pietro, e non si trovò riparo. Le due inchieste sono finite in niente, oltretutto, ma il danno oramai era fatto. Un governo di destra e un governo di sinistra, e già almeno lì ci si sarebbe dovuti rendere conto che parlare di “toghe rosse”, come ha ripetuto l’altro giorno il sottosegretario leghista Jacopo Morrone, era stato un abbaglio giustificato dall’esito di Mani pulite, da cui il Pds era uscito fischiettando e con le mani in tasca, nonostante il suo contributo alla spartizione fosse stabilito anche per sentenza. Forse era più giusto parlare di (alcune) toghe a cui capitava di scambiare l’autonomia per arbitrio, e soprattutto di un potere che si era espanso e tendeva a espandersi ulteriormente.

È una guerra che prosegue da due decenni e mezzo, ci sono stati condannati (lo stesso Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Umberto Bossi, Salvatore Cuffaro, solo per dirne alcuni fra molti, compresi parecchi semileader di sinistra) e ci sono stati scandali finiti in nulla, dalla mitologica inchiesta Why Not di Luigi De Magistris (oggi sindaco di Napoli) per cui venne indagato Prodi, a Telekom Serbia sulle fake-mazzette ai Ds, a Tempa Rossa che diede la prima scossa al governo di Matteo Renzi, e in attesa di capire come finirà Consip, e cioè se davvero è stata condotta con metodi ai limite dell’eversione. E ne sono derivati scontri cinematografici, a cominciare dalla defenestrazione nel 1995 attraverso sfiducia individuale (la buffonesca pratica cominciò lì) di Filippo Mancuso, ministro della Giustizia in violentissimo contrasto con la procura di Milano. L’anno dopo Bobo Maroni e Roberto Calderoli si opposero fisicamente a una perquisizione nella sede di via Bellerio, nell’ambito di una psichedelica inchiesta per attentato all’integrità dello Stato (i golpisti erano le camicie verdi), e finirono in tribunale per resistenza a pubblico ufficiale. Ecco, la Lega è sempre in mezzo. O di qua o di là. Esordì a certi livelli col cappio in Parlamento, da infilare al collo dei tangentisti, e intanto che Bossi prometteva di raddrizzare la schiena a un pm di Varese troppo interessato alla contabilità padana. È l’unica regola che abbia disciplinato la vita nella seconda Repubblica: se sono indagati loro, è l’epifanico disvelamento del marcio; se siamo indagati noi, è giustizia a orologeria, complotto, colpo di Stato.

Non soltanto la politica ha deliberatamente ceduto terreno alla magistratura, per poi accusarla di averlo occupato, ma si è anche giovata del lavoro delle procure – a volte buono, altre volte spericolato – per colpire i rivali, che presto avrebbero ricambiato in una giostra demente. Anche oggi è tutto meraviglioso. La Lega, che ha impegnato una dozzina di campagne elettorali, in parte compresa l’ultima, per denunciare la criminalità degli avversari, adesso grida alla congiura, e intanto che quelli del Pd inondano i social (ma Matteo Renzi no, va detto) per chiedere ai salviniani la restituzione del maltolto, probabilmente senza avere letto due righe della sentenza. Va avanti così – è spossante – dal 1992, con il contributo dei giornali che dettagliano per pagine sull’apertura dei fascicoli, e sulle conseguenti scazzottate politiche, per poi trascurare le assoluzioni che si succedono implacabili: l’assoluzione di Filippo Penati, di Vasco Errani, di Gianni Alemanno, di Ercole Incalza (l’Alta velocità, ricordate?), di Calogero Mannino, di Luigi Cesaro, di Maurizio Gasparri, di Sandro Frisullo, persino le molte assoluzioni di Silvio Berlusconi. Si potrebbe andare avanti per venti pagine, con le assoluzioni. Ma siccome la vita è cadenzata dalle indagini preliminari, e soltanto quelle contano, e soltanto su quelle si fonda il dibattito pubblico, la nostra percezione della corruzione (utile a compilare dozzinali graduatorie internazionali) è simile alla percezione dell’immigrazione: distorta per autosuggestione, e le rime danno l’idea della cantilena.

Come i politici, nella stragrande maggioranza, non capiscano in quale gioco scemo e suicida siano caduti, è un mistero. Eppure c’è un solo modo perché la magistratura ricominci a fare la magistratura, e cioè che la politica ricominci a fare politica: ecco una bella questione morale.

 

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