Governo, licenza di scippare cittadini e pensionati


L’attuale Governo italico, quello che doveva solo traghettare verso nuove elezioni, continua a prendersi il lusso di imporre decisioni epocali al nostro sventurato popolo.

Ora si è attribuito una vera e propria licenza che consente di scippare i cittadini: lo confermano due fatti recentissimi che costringono a tornare sul tema delle pensioni. Da un lato, l’aggiornamento dell’aspettativa di vita previsto ogni 3 anni e registrato dall’Istat, che decreta un nuovo innalzamento dell’età d’uscita per la pensione di vecchiaia: 67 anni, a partire dal 2019. Dall’altro lato, c’è la sentenza della Corte Costituzionale che dichiara legittimo il decreto Poletti sulle rivalutazioni pensionistiche. Si tratta dell’uno-due degno di un incontro di pugilato che infligge il K.O. ai contribuenti italiani, purtroppo non solo a quelli direttamente interessati dalle due decisioni.

Infatti, risulta evidente il duplice messaggio sotteso a queste scelte: il primo è che lo Stato tratta i pensionati italiani alla stregua dei possessori di case, diventati il bancomat preferito quando si tratta di far quadrare i conti; il secondo è che la ridistribuzione sociale si può fare anche sui diritti acquisiti, annullando di fatto qualsiasi onorabilità del Governo. È chiaro naturalmente che laddove si stringe un patto coi cittadini e poi lo si disattende, uno Stato perde qualsiasi credibilità. Ci si può ancora fidare di un’Istituzione che per anni ti promette un determinato trattamento, con una rivalutazione dello stesso in base all’indice Istat, e poi se lo rimangia quando hai raggiunto il traguardo?

Sono fatti di una gravità assoluta, ancora più pesanti dell’emanazione di una legge elettorale ai limiti della legalità, che tanto tempo ha preso ai parlamentari tra attività d’Aula e propaganda in piazza. Mentre con un mano si spandevano dichiarazioni infuocate e veline stampa, con l’altra lo Stato italiano è andato a prelevare di fatto dalle tasche dei pensionati i quattrini che — piaccia o meno — aveva promesso loro per decenni. E non si può che rabbrividire per il silenzio assordante riservato al riguardo dalla stampa mainstream.

Inoltre non ci si può non indignare per quei furbastri che, pur essendo nella maggioranza, provano a fingere di fare opposizione dicendo che così non va. Il riferimento è a Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, niente meno che ex ministri del Lavoro, i quali mentre erano al potere costruirono la regola sull’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, e hanno sostenuto a suo tempo il decreto Poletti. Nessuno di loro si è scandalizzato al momento di pigiare il pulsante giusto, saldamente seduti nei propri scranni: risultano patetici nel loro tentativo, a due passi dalle elezioni, di avanzare timide proteste contro l’innalzamento dell’età pensionabile. E non sono da meno i sindacati, che non hanno assolutamente protetto i diritti dei loro iscritti, se non con qualche sciopero effimero, poche chiamate in piazza e tante, troppe comode dichiarazioni su giornali che poi non si traducono mai in fatti concreti e non portano alcun risultato.

Un’ultima analisi merita anche la legittimazione della mancia concessa da Poletti sulla rivalutazione delle pensioni più ricche. Sia chiaro, non si parla solamente delle pensioni d’oro (il tentativo di chi volle quella legge per far quadrare i bilanci è proprio quella di accomunare nel medesimo calderone), ma anche di pensionati che alla fine della fiera percepiscono poco più di duemila euro al mese, e che sono il numero più consistente e quindi più appetitoso per fare cassa — e che nel giro di pochi anni, senza vedersi aumentato il trattamento, percepiranno come le persone che hanno versato molto meno di loro. Questo fatto appare equo alla Corte Costituzionale? Sembra giusto socialmente al Parlamento italiano? Pare proprio di sì! Peccato che funzioni solo nella loro testa ideologicamente tarata sulla redistribuzione reddituale anche post mortem, dopo averlo fatto per tutta la vita con il prelievo fiscale. D’altronde, in questa strana penisola chiamata Italia viene considerato alla pari il figlio di Agnelli, quello di un avvocato o di un medico e quello di un impiegato di alto livello arrivato al culmine della sua carriera: per l’erario pagano uguale come fascia reddituale qualsiasi servizio offerto per l’accesso all’istruzione e alla sanità.

Ecco quindi che nel paese delle meraviglie, solo in apparenza, tutto è possibile: anche arrivare ad assicurare nel corso degli anni una pensione uguale a gente che ha versato un montante ben meno consistente. Ma d’altra parte c’è chi promette mille euro al mese, all’approssimarsi di ogni campagna elettorale, a chi ha raggiunto la pensione sociale senza aver versato uno straccio di contributo nella sua vita. Quindi che ci si lamenta a fare?

 

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