Il Governo offre un dono agli statali, ma è un regalo costituzionale?


È attualmente in discussione il rinnovo del contratto degli impiegati statali.Al centro delle trattative vi è lo sblocco dell’aumento di 85 euro mensili per tutti i dipendenti pubblici, stabilito nell’accordo del 30 novembre 2016: a preoccupare è il rischio che tale incremento salariale vada ad annullare il meccanismo del bonus renziano da 80 euro, ed ecco allora spiegato perché sindacati e Governo siano affaccendati a inventare un escamotage per salvare entrambi i benefit. Sono in ballo 3 milioni di voti, tanti quanti i lavoratori i cui diritti sono in gioco, dunque il tempo per concertare e discutere possibili strade lo si trova certamente. Ed è proprio questo approccio piegato alle esigenze elettorali che mostra la debolezza della politica italiana, impegnata da tempo immemorabile in misure di breve e brevissimo termine per salvare le prebende, altro che impostare progetti di respiro decennale.

Domandiamoci come la prenderebbero i 12 milioni di lavoratori dipendenti privati, se passasse davvero un salvacondotto del bonus-Renzi a uso e consumo del settore pubblico. È evidente che qualunque soluzione non rispetterebbe quel meccanismo, opinabile ma pur sempre legittimo, che prevede un credito d’imposta che si riduce con rapida progressività (fino a sparire completamente) nella fascia di imponibile da 24mila a 26mila euro l’anno. Il governo Gentiloni dovrebbe spiegare a tutti i cittadini impiegati nel settore privato perché la tassazione a loro imposta, da domani, potrebbe essere differente rispetto a quella di un qualunque dipendente pubblico. Una situazione pilatesca che violerebbe di fatto il principio costituzionale di uguaglianza e il carattere di progressività nella tassazione, non ci vuole un giurista per capirlo. Il dibattito che si sta svolgendo è sinceramente inaccettabile, a maggior ragione se si osserva il contesto economico del momento, in cui ancora una volta si registra una riduzione dell’occupazione. Non sarebbe più utile spendere il tempo di questa legislatura per un’ampia revisione del Jobs Act, il quale una volta esaurite le decontribuzioni-spot non sta dando i frutti sperati?

Secondo le stime dell’Istat il tasso è salito all’11,3% (+0,2%): la cifra di persone in cerca di occupazione è cresciuta a maggio dell’1,5% (+44mila). L’esercito dei disoccupati sfiorerebbe nuovamente quota 3 milioni di individui, con aumento contestuale del tasso di disoccupazione giovanile, salito al 37% (con un incremento di 1,8 punti rispetto ad aprile). Di fronte a questi numeri paurosi sarebbe ora che il Governo studi misure stabili che invertano la tendenza negativa tutta italiana, visto che nel resto d’Europa la ripresa è una certezza da mesi. Ma qui, nel Paese di Bengodi, i governanti preferiscono accarezzare il consenso popolare con misure una tantum, come quella allo studio da parte della Presidenza del Consiglio e del Ministro del Lavoro, che dovrebbe prevedere un’altra defiscalizzazione totale per i neoassunti fino a 35 anni (di fatto una riproposizione di quanto previsto nei primi tre anni di entrata in vigore della riforma del lavoro varata dal governo Renzi).

Unica nota positiva, seppure con alcune ombre, è che la misura in elaborazione pare strutturale (si parla di un taglio pari a quattro punti di cuneo fiscale), ma di fatto verrebbe applicata sui neo assunti e quindi taglierebbe fuori tutti i disoccupati over 35 o di lungo corso. Sarebbe poi da vedere il reale effetto di un taglio del cuneo fiscale sui trend di crescita dell’occupazione, perché che in fin dei conti l’Italia ha un’incidenza percentuale di tributi e contributi sul costo del lavoro più bassa di Belgio, Germania, Ungheria e Francia, dove la disoccupazione è minore che da noi, rappresentando rispettivamente il 6,80%, 3,90%, 4,4% e 9,6%. Perché in questi Paesi, a fronte di una tassazione più elevata sul costo del lavoro, si riesce ad avere un maggior numero di occupati?

Concentrare le proprie forze nell’aggirare una norma per privilegiare una categoria relativamente piccola risulta evidentemente come un vero e proprio schiaffo a tutti gli altri lavoratori e ancor di più ai disoccupati, i quali probabilmente preferirebbero che le risorse risparmiate sul bonus di Renzi servissero a ridurre il costi dei servizi o a finanziare politiche industriali che attraggano nuovi investitori creando fresche occasioni di lavoro. La sensazione invece è quella che si finirà per accontentare il comparto pubblico per assicurarsi un succulento bacino di voti. Alle elezioni europee, lo ricordiamo, Renzi raggiunse il 40% anche e soprattutto grazie ai voti del settore pubblico. Intanto poi, se la norma risultasse incostituzionale, a pagare saranno forse i prossimi governi, non certo quello attuale, che dovrebbe pure spiegare come fa a promettere una riduzione di quattro punti del cuneo fiscale ai neo assunti, laddove deve ancora disinnescare le clausole di salvaguardia imposte dall’UE e che prevedono un aumento monstre dell’Iva. Ma tanto lo sappiamo che sono solo giochi di palazzo: attenti, però, che questi intrallazzi finiranno per farci distruggere, il giorno in cui l’UE dovesse presentare il conto tutto in una volta.

Pubblicato da Sputnik Italia

Annunci