Italia: ricette professionali per crescere e per trovare un lavoro


L’Italia cresce meno degli altri Paesi europei, anzi è proprio bandiera nera tra gli Stati che contano. Negli ultimi anni si è tentato di “cambiare verso”, ma la ricetta è stata bocciata dalla storia e dall’economia globale, mettendo a forte rischio il futuro delle prossime generazioni.

Il professore Andrea Boaretto

Vi è un’inarrestabile fuga di cervelli che depaupera il nostro capitale umano, mentre chi resta qui arranca alla ricerca di un posto di lavoro, a dispetto dei numeri esaltanti comunicati dal ministro del Lavoro Poletti. Per rispondere ai quesiti inevasi da parte della classe politica al potere, abbiamo interpellato Andrea Boaretto, Professor of Multichannel Marketing, Founder & CEO di Personalive, membro dell’Extended Faculty di MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business ove è Adjunct.

—  Siamo entrati nella quarta rivoluzione industriale, che comporterebbe una produzione del tutto automatizzata e interconnessa: quale futuro si prospetta per i lavoratori e i manager del Belpaese?

—  Un futuro di grandi opportunità per quei manager e lavoratori in grado di sviluppare nuove competenze. L’automazione e l’interconnessione della produzione richiedono alle imprese di essere da una parte più trasparenti lungo tutta la filiera fino al consumatore finale, e dall’altra di competere con una nuova moneta di scambio rappresentata dai dati, che sono il nuovo differenziale competitivo se correttamente raccolti, analizzati e impiegati.

—  Durante la selezione del personale cosa pesano di più: le competenze del candidato o la maniera in cui ha redatto il curriculum?

 Potremmo dire che “la forma è sempre più sostanza”, il che non significa fare overselling. Una competenza chiave dei candidati è il saper fare marketing di sé stessi, ovvero capire come si possa essere desiderabili per le aziende, presentandosi come capaci di soddisfare al meglio i bisogni e di contribuire a creare un valore aggiunto. Chi sa condensare tutto ciò in 2 pagine, riuscendo a cogliere l’attenzione del selezionatore andando dritti alle questioni più pressanti dell’azienda, ha maggiori probabilità di successo al colloquio.

—  Oggi l’Italia ha una classe imprenditoriale e manageriale all’altezza? Basta studiare per essere dei buoni imprenditori?

 Imprenditore e manager sono due mestieri diversi che spesso vengono confusi. L’imprenditore è mosso dal desiderio di creare qualcosa di proprio, di innovativo e che dia valore al mercato, e per questo mette in gioco capitale e competenze; il manager è l’individuo che gestisce e consente di realizzare le idee dell’imprenditore. In Italia vi sono prevalentemente imprenditori di piccole e medie aziende e i principali successi sono oggetto di acquisizione da parte dei capitali stranieri (il che non è per forza un male). Comunque non basta studiare per essere buoni imprenditori: serve quel particolare guizzo, quella capacità di lavorare sodo e di saper aspettare i risultati, quella voglia di continuare a mettersi in discussione, che non tutti hanno.

—  È vero che in Italia mancano le competenze professionali?

—  Difficile generalizzare. In molte imprese industriali e PMI manca una competenza di marketing strategico e di orientamento al cliente, perché la cultura centrata sul prodotto è dominante. Al tempo stesso è assente una cultura vera e proprio sul dato come base per prendere decisioni: in tutti i campi le scelte vengono fatte spesso di pancia.

—  Quali sono i fattori che secondo la sua esperienza rallentano la crescita?

—  Se intendiamo la crescita delle imprese, allora si tratta talvolta di una malattia italiana, quella del “piccolo è bello”; solo da pochi anni si è avviata una cultura del fare sistema, del collaborare lungo la filiera e dell’articolarsi in “ecosistemi” di aziende. Vale comunque quanto detto prima: spesso una minor tensione all’orientamento al cliente che porta le imprese a investire poco e male in attività di marketing, promozione e sviluppo di nuovi prodotti e servizi.

—  L’Italia è pronta a rispondere all’aumento di offerta di posti di lavoro nel mondo digitale? Come si costruisce una generazione che abbia competenze adeguate al cambio continuo della domanda di specializzazioni?

 Parlare di “mondo digitale” fa sorridere: la tecnologia è ormai parte integrante della nostra vita! Gli italiani, come consumatori, non sono così indietro sia in termini di numero che di uso dei mezzi digitali. Ciò che le aziende nate in contesti digitali stanno portando è un’alterazione dei consueti modelli di business e delle competenze richieste, non tanto quelle tecnologiche ma soprattutto le modalità di fare e gestire gli affari. Si pensi alla capacità di ideare schemi di business in cui i profitti non sono immediati, ma l’obiettivo è cambiare le regole del gioco rispetto alle aziende presenti sul mercato (ad esempio Amazon, Google, Uber) e di assemblare capitali relazionali. Quindi il cambiamento principale da attuare è culturale; le imprese italiane, seppur in ritardo, l’hanno avviato. Diventa poi fondamentale trovare la giusta competenza al momento giusto: da qui provengono gli approcci organizzativi volti all’innovazione aperta, con anche contaminazione di start-up, aziende specializzate o singoli indipendenti.

—  Bill Gates ha proposto di tassare i robot: Lei è favorevole?

 Quella è stata una provocazione per avviare il dibattito sul tema e per rendere consapevole la politica dei profondi cambiamenti in atto. Tassare i robot vuol dire tassare i produttori o chi li acquista? A mio parere avremo un potenziamento dell’uomo grazie ai robot, per cui paradossalmente andrebbe detassato il lavoro, per rendere più attrattivo e competitivo l’avere risorse umane valide e competenti che sappiano usare i robot per creare valore. Ad esempio, nella sfera delle vendite si usa già potenziare il venditore con dati in tempo reale sul cliente o sul contesto, grazie a tecnologie di intelligenza artificiale.

—  Da esperto di marketing, se si considerasse l’Italia un prodotto da vendere che consiglio darebbe al governo per attirare futuri investitori?

—  Provocatoriamente avevo scritto già anni fa che serviva un “Ministro del marketing”, e ne sono sempre più convinto! Ovviamente un tale ministro dovrebbe lavorare per attrarre differenti potenziali clienti: le persone, le aziende, i capitali. Per le persone va da sé che abbiamo asset turistici come differenziale competitivo: qui ci sono già molte iniziative in atto anche di sistema, ad esempio in Lombardia, per potenziare l’offerta di turismo integrato creando eventi e occasioni.

Tuttavia non dimentichiamoci che persone significa anche talenti che possano aiutare l’Italia a crescere. Per le aziende, la ricetta è in teoria semplicissima: rendere il Paese invitante per qualità delle infrastrutture, effettuare una tassazione soprattutto per legalità (certezza del diritto e della pena, zero corruzione, etc.) e minore burocrazia. Per i capitali, vale l’insieme dei punti di cui sopra, combinato alla capacità nostrana che il mondo ci riconosce: la creatività e lo stile di vita italiano.

Pubblicato da Sputnik Italia

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