La ricetta perfetta della povertà: l’Euro e la svalutazione del lavoro


Con il Libro Bianco della Commissione, Jean-Claude Juncker ha aperto a un confronto sereno sulla costruzione di un’Europa a più velocità, constatato che l’attuale modello sta portando allo sgretolamento dell’Unione. Ne abbiamo parlato con l’economista torinese Paolo Turati, che si occupa da anni del tema e che ha sempre avuto una posizione molto critica sui danni che la moneta unica ha creato ad alcuni popoli europei.

Turati, lei lo aveva già previsto, come testimoniato dalle nostre precedenti interviste, che una delle poche soluzioni per tenere in piedi l’UE fosse un’Europa a più velocità.

La soluzione a due velocità, che finalmente sta emergendo anche a Bruxelles, forse giunge troppo tardi, ma apprezzo che almeno in “zona Cesarini” gli euroburocratici lo abbiamo capito. Era impensabile che un ente mastodontico potesse funzionare a una sola velocità mentre al suo interno persistono tempi e modalità di azione diversi. Come nel ciclismo, a un certo punto i meno allenati o i più deboli si staccano dal gruppo perchè non tengono il passo: e si sapeva dall’inizio che alcuni Paesi non avrebbero retto il ritmo degli altri. 

Cosa è mancato all’Europa per funzionare dal punto di vista economico? 

Da sempre il cambio della valuta ha fatto da elemento di equilibrio tra gli Stati. Con l’entrata in vigore dell’Euro, il fattore equiparante si è quindi spostato dalla moneta alla svalutazione del costo del lavoro. In Italia il valore del lavoro è molto inferiore rispetto agli altri Stati europei, ma questo cambiamento ha avuto un costo sociale perché ha creato odiose sacche di disoccupazione che hanno minato alle fondamenta — complice la crisi — la percezione dell’Unione Europea da parte dei cittadini. 

Tra i Paesi che maggiormente hanno sofferto la velocità unica c’è proprio l’Italia…

I fattori produttivi sono storicamente tre: risorse naturali, mezzi di produzione (immobili e macchinari), e lavoro. L’Italia è debole in tutti e tre. Non è un caso che in 15 anni la produttività italiana sia migliorata del 4%, quella francese del 20% e quella tedesca del 25%. Perciò l’Europa ci è costata un quinto della produttività che avremmo potenzialmente espresso se avessimo conservato la nostra moneta. Se parliamo della crescita, poi, il Belpaese ha perso il 10% in 10 anni, mentre tedeschi e francesi hanno guadagnato rispettivamente 14% e 9%. Di fronte a questi numeri si è dovuto arrendere a dei correttivi anche chi fino a ieri non voleva sentir parlare di Europa a più velocità. 

E il debito pubblico che continua a crescere rappresenta un problema? Alcuni in Italia dicono non sia un male!

Assolutamente sì, visto che cresce pur avendo tassi a zero. Figuriamoci quando i tassi raddoppieranno o triplicheranno in breve tempo… allora avremo un’Italia al collasso, stritolata ancor di più dai vincoli di bilancio europei. 

Quindi la soluzione è un’Europa a più velocità?

Sì, l’unica possibile via d’uscita è questa, lavorando sia su una maggiore elasticità dei vincoli di bilancio sia su una svalutazione monetaria. Penso che la strada più semplice sia creare tre aree: nella prima includerei tutti i Paesi del Nord Europa, nella seconda quelli del Sud e nella terza gli Stati che fino a oggi hanno aderito alla UE pur mantenendo la propria moneta. Sicuramente il fatto di avere una moneta svalutata e vincoli di bilancio meno stretti può costituire un buon compromesso per far iniziare tutti i Paesi, almeno nella prima fase e almeno dallo stesso punto di partenza. Poi starà alle banche centrali che si verranno a creare per ogni singola area tentare di rendere maggiormente competitive le proprie “macroregioni” e quindi alla fine riavvicinare i cambi. Lancio però un’idea: la doppia/tripla velocità dovrebbe funzionare anche sulle singole politiche, ad esempio sull’immigrazione, dove oggi alcuni Stati fanno i furbi non accogliendo gli immigrati. Anche qui sarebbe opportuno che l’Unione diventi garante di contropartite economiche per chi come Grecia e Italia sorregge il grosso dei flussi migratori.

Si sottolinea sempre che la Germania con il suo surplus commerciale viola, senza pagarne le conseguenze, le regole europee. Non potrebbe avvenire che nelle singole aree si creino sperequazioni simili?

Se il dubbio è che la Francia, in un’ipotetica area Sud, possa avvantaggiarsi come fece la Germania, direi che ciò è altamente improbabile. È molto diversa economicamente e non è il secondo Paese manifatturiero in Europa, visto che questa posizione è ancora occupata dall’Italia nonostante gli effetti devastanti della crisi. Ha sì un sistema pubblico efficiente, ma ha anche un apparato costosissimo. Quindi vedo difficile che possa prevalere sull’Italia. Diciamo anzi i due Paesi potrebbero creare una buona sinergia, se mettessero a fattore comune i pregi dei rispettivi sistemi.

Il ritorno alla lira come doppia moneta, ipotizzato da Silvio Berlusconi e in parte da Matteo Salvini, è davvero impossibile?

No, non è impossibile, ma non sarebbe una passeggiata. Andrebbero rinegoziati tutta una serie di parametri, ad esempio quelli legati ai mutui, quindi vivremmo un periodo di grande volatilità dei tassi e dei prezzi. Una soluzione per introdurre la doppia circolazione monetaria sarebbe che lo Stato restiuisca come rimborso fiscale la moneta di uso interno, e nel giro di un paio di anni avremmo molto più denaro circolante e sarebbe possibile anche aumentare i salari. Sinceramente non so se l’Italia sarebbe in grado di sopportare i passeggeri effetti negativi, in particolare legati alle speculazioni che ne deriverebbero e che molto probabilmente giocherebbero contro. La soluzione migliore resta certamente quella di un accordo intereuropeo, con una divisione a due o più velocità che si occupi di politiche migratorie, monetarie e fiscali. E non sottovalutiamo queste ultime: fino ad oggi l’Europa non si è ancora occupata di uniformare le aliquote fiscali.

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