Olanda-Turchia, l’isterico Occidente si è giocato la faccia


L’Europa si è da tempo accomodata sul maledetto ascensore che va sempre in giù, allestito dagli USA e sul quale essi stessi sono entrati, come ampiamente descritto in un precedente articolo.

Colpisce al cuore vedere che anche la culla del diritto — quale l’Europa fu per tanti secoli — sta inseguendo gli USA in questa originale gara all’incontrario, dove il traguardo non è migliorare la tutela delle libertà, ma distruggere con sistematica determinazione tutti quei principi, valori e ideali che proprio il Vecchio Continente aveva statuito e applicato. Dei tristi e numerosi esempi di questa competizione al ribasso, il più eclatante è rappresentato dalla recente querelle tra Olanda e Turchia, che rappresentano storicamente due tipologie contrapposte di approccio ai diritti e alle questioni sociali, ma che oggi tendono a confondere pericolosamente i ruoli. Non si era mai visto uno Stato europeo che vietasse ai ministri di un altro Paese (il quale risulta ancora un potenziale futuro membro dell’UE!) di atterrare sul suo territorio o di raggiungere l’Ambasciata o il Consolato.

Il premier olandese Mark Rutte

I “Padri” dell’Unione immagivano un’Europa capace di assurgere a casa naturale per il superamento pacifico dei conflitti: questo sogno scaturiva dalle sofferenze vissute in due devastanti guerre continentali e mondiali. Gli ideatori dell’UE erano convinti che si potessero difendere le singole peculiarità locali, preservandole, rispettandole e facendole divenire punto di forza per tutti gli Stati aderenti. Di questa impalcatura valoriale oggi resta in piedi solo un simulacro, usato e abusato dalla tecnocrazia di Bruxelles. Così, a prescindere da come la si pensi sul referendum previsto in Turchia per assegnare maggiori poteri al presidente Erdoğan, è veramente complicato giustificare l’atto unilaterale del governo olandese guidato da Mark Rutte, che aveva vietato l’ingresso nel Paese al ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. Quest’ultimo doveva partecipare a un incontro organizzato dalla comunità turca di Rotterdam a favore del Sì al referendum. Identici episodi erano già avvenuti due volte in Germania, ma subito dopo nei Paesi Bassi è stato impedito anche alla ministra turca per la Famiglia, Fatma Betül Sayan Kaya, di partecipare alla medesima manifestazione di Rotterdam: Kaya ha addirittura subito l’onta della custodia dalle autorità olandesi, le è stato negato di poter raggiungere il consolato presente in città ed è stata accompagnata, nonostante fosse a bordo di auto con targa diplomatica, fino al confine con la Germania, da dove ha potuto finalmente tornare in Turchia. È un’evidente violazione del diritto internazionale: un po’ come se la Merkel avesse vietato a Renzi di andare a imbonire i nostri connazionali residenti in Germania — al di là della facile ironia sul fatto che molti di noi ne sarebbero stati lieti, avrebbe comunque costituito una violazione grave dei rapporti diplomatici e sarebbe stato lampante per tutti.

Quello che lascia attoniti è che dietro a questo attacco alla libertà di circolazione dei rappresentanti turchi non vi è una presa di posizione politica contro Erdoğan e contro ciò che di male la Turchia fa dentro e fuori i suoi confini: in realtà i governanti olandesi potrebbero aver giocato una partita tutta nazionale, legata alla consultazione elettorale che si sarebbe svolta da lì a qualche giorno. A pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca: perciò intravediamo l’intento di “superare a destra” Geert Wilders, il “populista”, che si era già detto fermamente contrario a ospitare in Olanda una manifestazione politica di un Paese estero. Certo, Rutte ha raggiunto il suo scopo vincendo (di stretta misura) le elezioni, ma ha ucciso di fatto l’idea del modello europeo solidale e patria delle libertà che fino a ieri era il vanto dei Paesi più avanzati dell’UE.

Erdoğan non è andato leggero nel commentare l’accaduto. Durante un comizio ha tuonato:

“Non si spara sulla croce rossa neanche in guerra, ma l’Olanda è capace anche di questo. Conosciamo gli olandesi dai tempi di Srebrenica. In quell’occasione abbiamo conosciuto la loro natura e il loro carattere, quando hanno lasciato che 8 mila musulmani bosniaci venissero massacrati senza muovere un dito”  e ancora: “Gli olandesi hanno residui nazisti e fascisti”.

Il presidente Erdoğan durante un comizio

Qui non vogliamo commentare la politica del presidentissimo turco, piuttosto lontana dagli standard democratici di quell’Europa nella quale il piccolo sultano vorrebbe entrare. Quello che fa più male è che l’Europa a trazione teutonica si è apertamente schierata a difesa dell’Olanda con i commenti sprezzanti di Juncker, Verhofstadt, Mogherini. Una presa di posizione miope che mostra la debolezza dell’Occidente. La paura bigotta dei populismi ha prevalso sulla capacità di difendere le libertà. Questa paura, illusoria e farisaica, fa spostare il pensiero all’interesse del breve periodo invece su quello di lungo termine, ed ecco che l’Europa ripete gli errori che compiono le Nazioni Unite a non condannare gli USA per il loro iperattivismo militare in Asia. La difesa della pace non può essere un argomento utilizzato solo quando conviene, ma deve permeare i rapporti con qualsiasi interlocutore si abbia di fronte, si chiamino Olanda, Russia, USA, Cina o Turchia: ahimè, da troppo tempo assistiamo a un integralismo ipocrita che fa male agli amici di oggi e a quelli di ieri, ora nemici.

Pubblicato da Sputnik Italia

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