– Il fronte del “no” ha vinto con un margine non troppo ampio. Che cos’è che ha determinato la vittoria dei contrari alla UE?
– Si è trattato in effetti di un margine sottile. Esso riflette il fatto che su questo tema la nostra società è divisa in parti quasi uguali. A mio parere, l’elemento che ha fatto la differenza è che le persone tendono a mantenersi fedeli a ciò che conoscono, in risposta a qualcosa di ignoto. Inoltre, il fronte del “no” è riuscito a raccogliere l’adesione di alcuni personaggi piuttosto importanti della politica islandese, portando così gli indecisi dalla propria parte. Ad esempio l’ex presidente Ólafur Ragnar Grímsson, che ha ancora un certo peso nel dibattito pubblico nazionale, soprattutto fra quelli della sua generazione. Invece, il fronte del “sì” non aveva alcun nome di rilievo che potessi impegnarsi totalmente a favore della causa. Alla fine, probabilmente è ciò che ha danneggiato il suo risultato.
– Da molti anni l’Islanda coopera con la UE, è membro della NATO e dello Spazio economico europeo (SEE). Inoltre ha ottimi rapporti con tutti i Paesi europei. Allora perché Bruxelles desidera tanto che Reykjavik entri nell’Unione? E in che modo l’adesione peserebbe sull’economia e sulla società islandese?
– Non posso dare un commento sulle intenzioni di Bruxelles. Il problema principale dell’Islanda è che siamo già ben integrati, per il tramite del SEE, della NATO e così via. Quindi sono molti a ritenere che stiamo già beneficiando al massimo dalla cooperazione con l’Europa, senza avere bisogno di sacrificare troppo della nostra sovranità. Il quesito referendario era se volessimo riprendere i colloqui sull’adesione: tali negoziati non avrebbero necessariamente condotto a un risultato gradito anche a molti islandesi che hanno votato sì.
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