l’Italia, dialogo con la Cina ben avviato, ma viziato dalla sudditanza verso gli USA


Si è celebrato recentemente il 70° anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. La ricorrenza sta diventando molto sentita anche in Italia dove risiedono 300mila cinesi che hanno tra l’altro avviato 50mila imprese. Numeri importanti che hanno portato il portale Inforos.ru a interpellare Stefano Vernole, vicedirettore di “Eurasia” rivista di studi geopolitici,  coordinatore del Centro Studi Eurasia Mediterraneo per conto del quale ha elaborato alcuni progetti di ricerca sulla Belt and Road Initiative, e membro della Task Force ministeriale Italia-Cina.

Stefano Vernole – vicedirettore della rivista Eurasia

Per l’Italia che cosa rappresenta poter contare su una comunità cinese così imponente? E come si stanno invece evolvendo i rapporti tra la comunità cinese e quella italiana?

La presenza di una comunità cinese così importante in Italia ha due significati, uno economico e uno culturale. Secondo il Rapporto 2018 del Ministero del Lavoro, la comunità cinese si colloca al secondo posto per numero di titolari di imprese individuali in Italia: 52.075 (con un tasso di crescita del 2,6%) ed è prima per numero di imprenditrici donne (24.175).  La distribuzione regionale delle imprese guidate da cittadini nati in Cina ricalca la distribuzione della comunità sul territorio. La prima Regione di insediamento risulta la Lombardia, dove hanno sede 10.673 imprese guidate da cittadini cinesi (il 20,5% del totale), seguono la Toscana che accoglie 10.673 imprese afferenti alla comunità (il 20,4% del totale) ed il Veneto con una quota pari al 10,9%.  La prima provincia per numero di imprese a titolarità di cittadini nati in Cina risulta Milano, che ne ospita l’11,1%. Seguita da due province toscane, Firenze e Prato, dove hanno sede rispettivamente il 7,8% e il 10,1% delle imprese individuali guidate da cittadini cinesi. Le 5.271 aziende cinesi insediate in quest’ultima provincia rappresentano quasi i tre quarti delle imprese individuali dell’area. In quarta e quinta posizione si collocano invece Roma e Napoli con un incidenze del 6,7% e 5%. Ciò sta a significare che non solo migliaia di italiani hanno trovato occupazione presso imprese cinesi ma che la convivenza con questa comunità (sulla quale si alimentano strumentalmente false informazioni) è realmente possibile. Milano e la Lombardia (dove il tasso di disoccupazione della comunità cinese è di 10 punti inferiore rispetto a quello delle altre comunità straniere presenti in Italia) con il loro dinamismo imprenditoriale e la tradizionale cultura del lavoro testimoniano i dati e le presenze più significativi: Bank of China, Huawei (che ha comunque sedi anche in altre città italiane), China Telecom Italia, China Power Italia e realtà più piccole ma significative come Union Trade spa, Ganten Italia srl o IH Hotels group, frutto della spinta innovativa proveniente dalle seconde e terze generazioni cinesi del nostro Paese. Naturalmente esistono anche dei problemi, da quelli storici del settore manifatturiero di Prato a quelli dell’integrazione: la comunità cinese, terza per numero di presenze tra i cittadini non comunitari residenti in Italia, risulta diciottesima per concessioni di cittadinanza. Nel corso del 2017, su un totale di 135.814 concessioni per cittadini originari di Paesi Terzi, i procedimenti a favore di migranti di origine cinese sono stati 1.583, pari all’1,2% del totale, segno di una barriera culturale ancora esistente e sulla quale esistono però ampi margini di miglioramento se solo si pensano alle similitudini tra italiani e cinesi ad esempio nella struttura familiare delle zone rurali.

Come si sta muovendo il governo italiano nei rapporti con la Cina

Negli ultimi anni vi è stato un ottimo dialogo tra i governi di Roma e Pechino, derivanti anche dal rispetto reciproco per le tradizioni millenarie che le due nazioni possono vantare. L’eredità storica e culturale comune, simboleggiata anche dal recente progetto della Nuova Via della Seta (che non riveste solo un significato economico) ne è l’emblema. Se un certo impulso agli scambi era già stato dato dal Governo Renzi, certamente il primo Governo Conte ha fatto da spartiacque ad un cambiamento di mentalità. Proprio nel momento in cui si addensavano le nubi di una nuova guerra dei dazi, l’azione dell’ex Sottosegretario all’Economia, il prof. Michele Geraci, ha sterzato nel senso di individuare nella Cina più un’opportunità che una minaccia. La creazione della Task Force ministeriale Italia-Cina si è posta l’obiettivo di sviluppare sotto il coordinamento governativo tutti gli aspetti della cooperazione bilaterale, a partire dal commercio e dagli investimenti reciproci, per estendersi alla cooperazione scientifica alle infrastrutture, alla cooperazione culturale, al turismo, ai trasporti visto che anche la Cina agisce come un unico sistema solido nei suoi rapporti internazionali. La Task Force è stata suddivisa in vari gruppi di lavoro i quali, sotto la guida dei rispettivi coordinatori, devono stabilire un doppio flusso di informazioni andata e ritorno tra Italia e Cina, raccogliendo anche le istanze e le critiche delle imprese ma soprattutto per favorire il clima di collaborazione e l’interscambio commerciale. Nonostante le perplessità provenienti paradossalmente proprio dal partito espressione di Geraci, un primo significativo e tangibile risultato è stato la firma del Memorandum of Understanding tra Italia e Cina (il nostro Paese è l’unico membro del G7 firmatario di questo protocollo d’intenti),  propedeutico a numerosi accordi non solo di carattere economico, ma che costituisce soprattutto un chiaro segnale geopolitico. Più contraddittoria appare l’azione dell’attuale Governo Conte, dove l’influenza del Partito Democratico potrebbe essere negativa per l’implementazione di questo percorso, mentre la posizione dei Cinque Stelle (analogamente al primo Governo Conte) risulta decisamente più interessante. L’attuale Ministro degli Esteri Di Maio aveva avviato già quando era al MISE una serie di missioni commerciali che stanno continuando a realizzarsi e che rappresentano una buona opportunità per le nostre aziende; non è un caso che a capo di gabinetto della Farnesina sia stato scelto proprio l’ex Ambasciatore italiano in Cina, Ettore Sequi, che quel Paese lo conosce bene. Rimane ora da capire se senza Geraci al governo, la Task Force Italia-Cina rimarrà in piedi.

Esiste ancora una sudditanza nei confronti degli Stati Uniti anche a seguito della visita di Pompeo avvenuta in questi giorni? Oppure si può immaginare una interlocuzione forte con la Cina?

Che esista un forte condizionamento da parte degli Stati Uniti è innegabile. Il primo provvedimento del Conte bis (ancora prima che gli altri ministeri fossero assegnati) è stato l’adozione del golden power sui contratti di cinque compagnie di telecomunicazioni per lo sviluppo delle reti di quinta generazione, una vera e propria barriera nei confronti dei fornitori del 5G cinese quali Huawei e ZTE (le quali chiedono regole chiare e trasparenti per tutti gli operatori); un provvedimento miope, data l’affidabilità e la convenienza economica di questa tecnologia. E’ davvero risibile che l’accusa sull’intercettazione dei dati provenga proprio dagli Stati Uniti, i quali controllano da anni tutte le comunicazioni telefoniche, informatiche ecc. attraverso le reti spionistiche globali della National Security Agency. Ancora più paradossale l’accusa, perchè gli USA ammettono che loro preoccupazioni non vertono tanto sugli obiettivi sensibili italiani quanto sulle comunicazioni emesse dalle basi militari nordamericane presenti nel nostro Paese … Esiste ovviamente un potenziale problema di spionaggio economico ma questo vale per tutti; l’Italia dovrebbe innanzitutto preoccuparsi di quanti brevetti siano rubati dagli Stati Uniti dal 1945 ad oggi, o della concorrenza inglese, francese e tedesca che ha saccheggiato nei decenni le eccellenze del nostro Paese nei settori finanziario, agroalimentare. meccanico … La questione riguarda soprattutto i nostri servizi segreti, troppo accondiscendenti con quelli della NATO e sprovvisti di una intelligence economica. D’altra parte, se il Deep State statunitense ha certamente individuato nella Cina il nemico principale, sia il presidente Trump che le grandi compagnie multinazionali a stelle e strisce sono invece molto più realisti degli apparati militari e spionistici del loro Paese, perciò esistono margini di manovra abbastanza ampi per allargare la sfera della cooperazione tra Roma e Pechino. Oltre a riequilibrare il nostro deficit commerciale, il rapporto con la Cina diventa indispensabile per modernizzare alcuni settori, come quello delle infrastrutture terrestri e marittime, senza i quali l’Italia non potrà mai conoscere una vera e propria ripresa. Attualmente la Cina è il quinto partner commerciale dell’Italia ma assorbe solo il 5% del nostro export totale. Gli investimenti cinesi ben visibili nei porti di Vado Ligure, Trieste e Ravenna, possono essere allargati anche al meridione d’Italia trasformando il Sud del nostro Paese in una vera e propria piattaforma logistica verso l’Africa e il Mediterraneo. E’ qui che si gioca la sfida del futuro, perdere l’occasione fornita dalla Belt and Road Initiative significa lasciare spazio ai nostri concorrenti europei (e non solo) che già forniscono le proprie infrastrutture marittime alla Cina senza farsi troppo problemi.

La guerra tra Usa e Cina sta portando danni per le imprese italiane? E quale atteggiamento riscontrate negli imprenditori italiani che vorrebbero investire in Cina?

La nostra classe dirigente imprenditoriale è ancora molto accondiscendente con Washington e, così come già capitato con l’Iran, alcuni progetti potrebbero essere ostacolati da questa dipendenza psicologica per gli States. Ovvio che attualmente è soprattutto la guerra dei dazi a creare problemi alle imprese italiane che lavorano in sinergia con quelle cinesi. Il nostro export verso gli Stati Uniti vale 42 miliardi di euro, quello verso la Cina per ora 13 ma con grandi possibilità di crescita, un conflitto tra questi due Paesi ci costerebbe almeno 10 miliardi di euro. Esiste per l’Italia la necessità di conciliare l’appartenenza alla NATO, le pressioni statunitensi, il gap dimensionale tra le nostre imprese e quelle cinesi per evitare il rischio di semplici acquisizioni con le enormi opportunità offerte dalla Nuova Via della Seta terrestre e marittima. Peraltro gli investimenti del Dragone raramente si trasformano poi in delocalizzazioni di nostre produzioni all’estero, mentre dal punto di vista dell’innovazione tecnologica risultano davvero fruttuosi, un esempio fra tutti quello della romagnola Ferretti Yacht. L’Italia rappresenta poi per la Cina un modello in tanti settori, da quello sanitario e previdenziale a quello ambientale: il nostro export tecnologico è cresciuto del 30%, grazie anche al programma di alta formazione ministeriale SICAB (Sino-Italian-Capacity-Bulding) per lo sviluppo sostenibile, le energie rinnovabili e l’economia circolare. La metropolitana di Torino (con investimenti cinesi nell’automazione applicata) che con la costruzione della sola Linea 1 ha già fatto diminuire il traffico veicolare di 30.000 automobili al giorno e gli autobus elettrici cinesi Byd a Padova per diminuire l’inquinamento sono i primi frutti di questa cooperazione. Il tema dell’interesse nazionale non può essere in contraddizione con lo sviluppo commerciale dell’Italia, anche perchè parliamo di un’economia, quella cinese, che nel 2018 ha rappresentato il 15,8% dell’intero PIL mondiale. La Repubblica Popolare Cinese propone un progetto, quello della Belt and Road Initiative che presenta vantaggi condivisi per tutti, alle nostre imprese in particolare tramite joint ventures con quelle di Pechino per la costruzione di infrastrutture in Kazakhstan, Georgia ed Egitto. Aggiornando gli strumenti di promozione italiani in Cina grazie ai canali di e-commerce cinesi (lo shopping on line sfiora il 20%) è possibile migliorare la nostra immagine nel Regno di Mezzo; il 2020 sarà il cinquantesimo anniversario delle relazioni tra Italia e Cina, danneggiare i rapporti a causa delle pressioni statunitensi sarebbe un errore imperdonabile. Un recente studio dell’Unione Europea ha stimato in circa 80 bilioni di euro l’impatto del 5G nei prossimi anni (6,5 miliardi di euro di investimenti in Italia sarebbero subito a rischio), un gigante come Huawei impiega 80.000 dipendenti solo per il settore ricerca e sviluppo e si è diffusa in più di 170 nazioni: davvero crediamo di poterne fare a meno per i capricci di Trump? Possiamo mandare in fumo le enormi possibilità di miglioramento racchiuse nell’interscambio tra studenti universitari o nello studio condotto dalle imprese dei rispettivi distretti industriali strategici?

Il ritorno ad una vocazione statale nell’ambito economico rischia di penalizzare le relazioni Italia-Cina?

Assolutamente no, sia perchè come già sottolineavo prima il rischio di mettere a repentaglio la propria sovranità esiste (ma appunto non solo nei confronti dei cinesi bensì degli USA e delle altre nazioni della NATO che già da tempo condizionano pesantemente le scelte dell’Italia) sia perchè è proprio la presenza dello Stato nell’economia che si è rivelata la carta vincente nella crescita incredibile della Repubblica Popolare Cinese, per cui risulterebbe una scelta pienamente comprensibile dai nostri partner. Si tratta solo di stilare le regole in un quadro chiaro e condiviso, stabilendo nettamente i confini all’interno dei quali ciascun membro può agire. Uno dei difetti storici della nostra diplomazia economica è quello di non agire come un sistema Paese compatto, bensì di muoversi in ordine sparso secondo input disordinati a favore dei grandi gruppi industriali o finanziari. Va semmai rivisto il ruolo storico dello Stato nel senso di creare le condizioni migliori a favore delle piccole e medie imprese, spesso abbandonate a sé stesse nell’area internazionale e alle prese con realtà gigantesche come la Cina dove la conoscenza del tessuto sociale e culturale assume un ruolo determinante. Si tratta infatti di un mercato complesso, vasto e dinamico, dove è difficile riuscire ad individuare le esigenze del cliente, con grande ambizione nella ricerca della qualità del prodotto e caratterizzato dal pragmatismo di una piccola imprenditoria con esigenze di risultato immediate. D’altronde se si vuole cooperare con Pechino, anche in altri continenti come l’Africa e l’America Latina, la spinta istituzionale diventa essenziale: non credo sia casuale che l’attuale Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si sia tenuto anche la delega al commercio estero. Di crisi del liberalismo se ne discute ormai anche negli Stati Uniti, tradizionale patria del laissez faire e dell’individualismo, che questo continui ad essere un tabù proprio in Europa, non appare credibile. Soltanto lo Stato italiano, d’altronde, può pretendere dal corrispettivo cinese regole certe in maniera di concorrenza e di tutela della proprietà intellettuale, la singola impresa per quanto influente potrebbe davvero nulla. Nell’attuale progetto europeo, in realtà, il ruolo degli Stati nazione continua ad essere predominante e lo stesso può dirsi per il resto del mondo, dove anche le alleanze internazionali risultano essere sempre più variabili. Si tratta di una conseguenza del periodo “liquido” nel quale stiamo vivendo e della transizione da un sistema unipolare (come quello che gli Stati Uniti hanno cercato d’imporre dopo la caduta dell’URSS) ad uno multipolare, del quale proprio la Cina è decisamente uno degli attori protagonisti con i propri investimenti nell’economia reale (più che in quella finanziaria) e la volontà di assicurare al pianeta una maggiore interconnessione e stabilità.

La rivoluzione dell’Auto 4.0 che ha compiuto la Cina può diventare occasione per sinergie anche con il settore dell’automotive italiano? 

La Cina vale da sola più di 1/3 del mercato delle auto elettriche grazie anche ad un piano governativo di ristrutturazione industriale a lungo termine che prevede anche incentivi alla guida autonoma e alla mobilità condivisa e i suoi valori si sono quintuplicati dal 2005 ad oggi. Se il 2018 è stato un anno in chiaroscuro, il settore dell’automotive per l’Italia in Cina ha comportato grandi soddisfazioni con esportazioni pari a quasi 12 miliardi di euro, grazie ad esempio ad accordi con piattaforme quali Alibaba. A Liuzhou si è svolto il primo China Italy Automotive Industry Forum al quale hanno partecipato 44 aziende cinesi e 13 italiane, con particolare enfasi sulle tecnologie eco-compatibili. Shangai è all’avanguardia nella produzione automobilistica e la Gigafactory della Tesla ha in previsione di realizzarvi circa 500.000 veicoli all’anno, ricordando che già oggi la Cina rappresenta il 30% dei profitti delle maggiori case automobilistiche e dei loro fornitori. Nello scorso luglio il Ministro Di Maio ha firmato 7 accordi con Li Hongzong, Segretario del Partito Comunista di Tianjin, per un valore di 500 milioni di euro, parte dei quali riguardano proprio gli accordi tra imprese italiane e cinesi nel settore dell’automotive. Margini di crescita perciò esistono ma anche in questo settore incombono le possibili ripercussioni della guerra dei dazi. La nuova Legge sugli investimenti esteri in Cina, che entrerà in vigore dal 1 gennaio 2020, dovrebbe almeno parzialmente compensare queste incognite, aumentandone le possibilità di cooperazione.

Come si stanno sviluppano le interazioni tra l’Italia e la Città di Shenzen che vuole dieci centri d’innovazione all’estero?

Shenzen rappresenta da anni una delle città a maggior propulsione di sviluppo della Repubblica Popolare Cinese, per cui intende ora investire in aree ad alta intensità di settore con la creazione di 10 centri di innovazione all’estero (pare negli USA, Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Israele, Canada) secondo quanto previsto dal Piano Made in China 2025; la ricerca di manodopera qualificata e nuove competenze tecnologiche è alla base di questa scelta. La provincia del Guangdong è già fortemente internazionalizzata, perciò Shenzen vuole diventare “un’area-pilota dimostrativa del socialismo con caratteristiche cinesi”, i cui successi uniti alla volontà politica d’apertura possono costituire un’interessante opportunità anche per l’Italia. Già oggi la città si è dotata di una flotta di veicoli pari a 16.359 autobus elettrici con emissioni a basso impatto ambientale e costituisce un porto sicuro per quelle imprese che intendono aumentare la propria capacità innovativa, essendo sede del quartier generale di colossi come Huawei e ZTE e di importanti istituti di ricerca scientifica. ZTE ha infatti localizzato in Italia il proprio hub europeo per la ricerca sulle tecnologie 5G e IoT. Non solo, Shenzen costituisce la seconda borsa della Cina ed insieme a Shangai e Singapore (in procinto di sostituire l’instabile Hong Kong) si candida a costituire il maggior polo finanziario a livello mondiale. Lo scorso luglio è stato qui inaugurato il nuovo centro di innovazione Cina-Italia con la partecipazione delle Università de La Sapienza e Tor Vergata che ha l’obiettivo di sviluppare i settori industriali delle tecnologie digitali, ambientali e delle biotecnologie. Lo stesso modello di partnership con Shenzen verrà sperimentato dal porto di Venezia in tema di logistica ed innovazione e dal porto di Genova.

di Marco Fontana – Pubblicato da Inforos.ru

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