Cyber-bullismo: il rischio è punire questi reati più di un omicidio colposo


Il Governo italiano, dopo aver approvato il cosiddetto Codice Rosso, che è una giusta corsia preferenziale per contrastare la violenza sulle donne e sui minori, ha attualmente allo studio l’approvazione di nome anti-bullismo dedicate alla scuole e a Internet. Si tratta di provvedimenti certamente necessari, visto il moltiplicarsi di fatti gravi e preoccupanti: secondo l’Istat, sarebbe vittima di bullismo addirittura un adolescente italiano su due. Si inizia con insulti e offese, per arrivare a calci, pugni e botte nel 4% dei casi; la violenza su minori ha coinvolto nel 2017 ben 5.788 soggetti, di cui il 60% bambine. Dati altrettanto allarmanti sono registrati sul fronte dei reati sulle donne. Nel biennio 2015-16 l’Istat ha calcolato che oltre il 4% delle ragazze che oggi hanno meno di 30 anni ha subito violenza sessuale quando era minorenne. Ed è in aumento il caso di figli che hanno assistito a episodi di violenza sulla propria madre: si è passati dal 60,3% del 2006 al 64,8% del 2014.

Dunque nessuno può sminuire l’importanza di leggi che finalmente colmino annose lacune normative, dovute peraltro non solo all’inerzia del Legislatore, ma anche ai rapidissimi mutamenti portati dalla tecnologia, di cui è difficile tenere il passo dal punto di vista giuridico. Tuttavia sia consentito sollevare qualche dubbio relativamente all’entità delle pene previste, che è tale da generare palesi squilibri tra le sanzioni delineate per le nuove fattispecie di reato e i reati già esistenti. È evidente infatti che il Legislatore, rispondendo all’emotività dell’opinione pubblica, stia calcando troppo la mano sulle pene edittali, causando una stortura tale per cui diventerà quasi più facile andare in carcere per un caso di revenge porno di derisione on-line che per un omicidio stradale. Non sfuggirà a colui che è almeno un po’ avvezzo al diritto che l’omicidio stradale colposo è punito con una pena tra i 2 e i 7 anni, mentre il revenge pornsanziona con una pena tra 1 e 6 anni chi diffonda illecitamente e a scopo vendicativo immagini o video sessualmente espliciti.

Potremmo così trovarci di fronte a casi controversi in cui per un giovane che perde la vita in un incidente d’auto il colpevole sia punito in modo più lieve rispetto a chi ha diffuso materiale privato a sfondo sessuale senza il consenso della persona mostrata. Pur essendo quest’ultimo un fatto certamente odioso e riprovevole, ha ovviamente una gravità molto minore rispetto al causare la morte di una persona. Il Legislatore dovrebbe fare attenzione a questo problema, poiché un domani i quotidiani nazionali uscirebbero con titoloni per rimarcare questo squilibrio e toccare certe corde dell’opinione pubblica, costringendo il Legislatore a un’ulteriore modifica. Ammesso che non lo faccia prima la Corte Costituzionale, come già avvenuto ad esempio con le pene troppo severe per spaccio di droga, andavano fino a 8 anni invece che 6. Il sistema penale è un organismo complesso fatto di pesi e contrappesi di difficile bilanciamento, su cui non si dovrebbe intervenire sulla spinta di ondate emotive. Al centro della legge dovrebbe stare sempre il bene giuridico offeso, cioè la vita e la dignità della persona.

Stesso discorso vale per le norme contro il cyber-bullismo, con le quali si vorrebbe stabilire l’obbligo di inviare segnalazioni alla Procura e si porrebbe l’aggravante se si agisce in più di tre persone. A prima occhiata tutto giusto anche qui, ma perché sanzionare soltanto chi “offende e deride” sul web? Basta vedere le pagine di quotidiani e i profili di personaggi pubblici per rendersi conto del terrificante livello di degrado raggiunto dal nostro Paese. E sia detto senza qualunquismo: abbiamo largamente superato in ogni ambito sociale il limite della decenza.

E il ginepraio giuridico è stato assicurato nel momento in cui una sentenza della Procura di Roma ha deciso che gli insulti su Facebook, Twitter, Instagram e social vari non sono sanzionabili: Le frasi denigratorie godono di scarsa credibilità, dunque non ledono la reputazione altrui. Eppure è evidente che gli insulti contro i minorenni colpiscono individui che sono più fragili per loro stessa natura. Il Legislatore deve riflettere molto bene quando mette mano a comportamenti che sono ormai ampiamente diffusi, anche perché il provvedimento in oggetto è del tutto contrario pure al principio di ravvedimento e rieducazione che sta alla base del nostro sistema sanzionatorio. Un minore che bullizza verrebbe condannato, lui o i suoi familiari, ma su Internet continuerebbe a vedere adulti che insultano liberamente altri individui. È un palese controsenso che si scontra con quel livello minimo di civiltà che dovrebbe reggere le piazze sia reali e che virtuali. D’altra parte, sono anni che i titolari dei social network fanno orecchie da mercante e sanzionano con blocchi e oscuramenti solo coloro che si esprimono contro certe ideologie, ma sorvolano sulla violenza verbale di quelli che stanno “dalla parte giusta”. Così, i comportamenti palesemente diffamatori continuano a essere perpetrati, ma postare una vignetta scomoda può costare una segnalazione. Se si vuole bonificare il web lo si faccia sul serio, altrimenti è solo un modo per gli “editori” di continuare a censurare a caso o a piacimento.

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