Italia, mancano le leggi e le politiche di prevenzione contro la radicalizzazione


La strage sfiorata a San Donato nel Milanese, ad opera di un autista di scuolabus italo-senegalese e che avrebbe potuto causare la morte di 51 bambini, riporta al centro del dibattito politico italiano la questione dell’immigrazione ed emigrazione in particolare dalle zone di guerra, del terrorismo di matrice integralista e delle possibili politiche di prevenzione che in Italia continuano a latitare, sottofinanziate rispetto ad esempio ai paesi del Nord Europa. Proprio su questo ultimo punto abbiamo deciso di ascoltare Luca Guglielminetti, esperto di Ran Center of Excellence Radicalisation Awareness Network Ran Center of Excellence Radicalisation Awareness Network e responsabile scientifico del progetto dell’Unione Europea FAIR principalmente indirizzato a prevenire la radicalizzazione violenta dei detenuti, a promuovere il disimpegno da estremisti violenti e a facilitare la reintegrazione nella società.

Luca Guglielminetti

L’eccidio sfiorato nel milanese, la gestione dei foreign fighter impegnati in particolare in Siria ma anche in altri paesi del Medioriente, il reinserimento degli integralisti nelle carceri portano a porsi una domanda: non sarebbe più facile e meno costoso attivare politiche di prevenzione contro la radicalizzazione violenta ed eversiva? 

Nel 2011 l’Unione europea ha costruito una rete di operatori attivi nei singoli Stati volto – attraverso l’utilizzo di sottogruppi di esperti del mondo della scuola, delle carceri, della rete informatica, dei media, della salute mentale – a confrontare le singole policy, socializzare le best practice e adottare linee di azione per la prevenzione della radicalizzazione da esportare nei singoli Paesi. Sicuramente l’Italia è indietro al riguardo rispetto ai paesi nordici che investono sul welfare per evitare che vengano assunti profili criminali. Da noi l’approccio è completamente diverso e limitato all’attività di pura polizia. 

Da che cosa deriva l’approccio italiano?

E’ una questione culturale. L’Italia sicuramente ha dei numeri bassi per quanto riguarda il terrorismo di matrice islamista. Ad oggi in Italia si contano solo 2 attentati di matrice jihadista in Italia, entrambi falliti. I Terrorist foreign fighters italiani in Siria/Iraq sono poco sopra le 100 unità, quelli rientrati dalle aree di conflitto sono solo 6 sul territorio italiano. Le persone sotto osservazione nelle carceri italiane, come potenziali terroristi, ammontano a circa 500, di cui 242 sono classificati al più alto livello di rischio e altri 150 vengono ritenuti ad un livello medio; 114 quelli a basso pericolo. I detenuti ristretti per il reato di terrorismo internazionale, che rientrano nel novero dei monitorati, appena 44. E ovvio che questi numeri, uniti sicuramente all’efficienza – peraltro riconosciuta in tutto il mondo – della nostra intelligence, hanno scoraggiato ad investire su strategie di prevenzione. Un tentativo c’è stato con la proposta di legge Manciulli-Dambruoso, presentata nella scorsa legislatura, ma che è stata approvata solo da un ramo del Parlamento. 

Secondo recenti stime più di 5.000 cittadini europei si sarebbero uniti a organizzazioni terroristiche in particolare ISIS, Jahbat al-Nusra e altre in Medio Oriente e Nordafrica. L’Italia dovrebbe invertire la tendenza con adeguate politiche di prevenzione?

Certamente. Ad oggi investe zero euro, ed è quindi ovvio che è molto facile fare di più. Peraltro l’Ue è molto attiva sul tema e sta stimolando i Paesi con bandi e sostegni finanziari. Si va da misure di early prevenction, cioè una prevenzione a monte fatta di politiche di integrazione, educazione alla cittadinanza, confronto interculturale e interreligioso, per poi passare agli interventi più pregnanti su gruppi a rischio fino ad arrivare ad azioni di deradicalizzazione per far uscire dai gruppi violenti, preferibilmente prima che si arrivi alla commissione di attentati, i soggetti attenzionati. Ad esempio in Siria ci sono stati casi di giovani donne italiane che andavano semplicemente per sposarsi e fare figli con i terroristi senza compiere gravi reati. Certamente anche queste persone vanno trattate e reinserite in società. Il nostro progetto Fair tenta di lavorare su questo fronte, essendo attivo in 9 Paesi Ue tra i quali anche l’Italia, avendo formato 170 operatori attivi nelle carceri, avendo coinvolto centinaia di stakeholders e lavorando ora con una cinquantina di detenuti. 

E’ emerso in modo forte negli ultimi mesi la questione della gestione dei rientri di foreign fighters o del rimpatrio di profughi negli Stati dove è terminato il conflitto. Come gestirli? Alcuni dicono che rischiano di non essere incriminati e che quindi ci vorrebbero Tribunali Internazionali. Che opinione si è fatto dell’argomento?

Credo che quella dei Tribunali Internazionali sia una strada difficilmente praticabile. Ci vorrebbe una comune definizione di terrorismo a livello di diritto internazionale che tuttora manca. Si tratta piuttosto della volontà politica di reciproco riconoscimento politico delle parti in conflitto, cosa che non avviene in questo periodo storico dove esistono quasi esclusivamente conflitti a bassa intensità senza vere e proprie dichiarazioni di guerra. Sappiamo però perfettamente che per sradicare il terrorismo sarebbe indispensabile un riconoscimento reciproco, così come occorso in Italia alla fine degli “anni di piombo”. 

In prospettiva il numero di persone potenzialmente a rischio di ingaggio da parte di gruppi terroristici possono aumentare in Italia? Le moschee possono essere centri di ingaggio? 

Sicuramente sì anche se in modo contenuto visto che abbiamo sempre tenuto un basso profilo nella gestione delle questioni Mediorientali. Per esempio nelle nostre grandi città non abbiamo  veri e propri quartieri etcnici come le banlieue francesi. Alcune moschee sono state in passato centri di reclutamento, non oggi. Anzi proprio quest’ultime possono svolgere un ruolo preventivo e non è un caso che il nostro progetto FAIR abbia riscosso molto successo nel coinvolgere imam italiani nel nostro percorso formativo. Per ora è stata una giornata di confronto per far comprendere loro che per evitare la radicalizzazione è indispensabile diventare centro di ascolto attivo e di dialogo positivo, senza pregiudizi, in un confronto interculturale e interconfessionale. Una cinquantina di loro da tutta Italia si è presentata volontariamente perché percepisce che hanno un ruolo fondamentale in questa fase storica, dove, però, occorre sempre aver ben presente che islamismo e islamofobia sono le due facce della stessa medaglia. I fatti recenti in Nuova Zelanda e l’aggressione razzista occorsa in questi giorni a Torino stanno a dimostrarlo.

Pubblicato dall’Agenzia Inforos

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