Italia, un paese per vecchi. Calo choc delle nascite


Il calo nascite affonda crescita in Italia. E’ questo il verdetto contenuto in un Occasional Paper della Banca d’Italia.  Secondo questo studio, esiste una correlazione diretta tra la crecita democrafica e quella economica. Paesi la cui popolazione mostra, ad esempio, una quota di giovani in crescita hanno le potenzialità per raccogliere un “dividendo” attraverso l’aumento dell’offerta di lavoro per quantita’ e qualita’.

Gli aumenti della popolazione giovane in eta’ da lavoro – chiarisce sempre l’analisi effettuata da Bankitalia – influiscono anche sulla composizione per età degli occupati producendo, oltre agli effetti diretti sulla crescita economica attraverso l’aumento dei tassi di occupazione e l’incremento dei livelli di efficienza, effetti indiretti sulla dinamica della produttività innanzitutto attraverso l’impatto sull’innovazione sull’innovazione e l’imprenditorialità.

Secondo i ricercatori: “L’Italia é tra i paesi sviluppati che si trovano oggi a fronteggiare uno scenario demografico il cui impatto sulla crescita del prodotto pro capite nei prossimi decenni sara’ negativo. I flussi migratori previsti limiteranno l’ampiezza di tale contributo negativo ma non saranno in grado di invertirne il segno”.

Per più di un secolo dall’Unità, la percentuale di popolazione anziana (oltre i 64 anni), pur crescendo, si è attestata in Italia su livelli inferiori alla metà della popolazione più giovane (con meno di 15 anni). A partire dal secondo dopoguerra, ma soprattutto dalla fine degli anni Ottanta, si é conostato un progressivo mutamento strutturale che ha condotto la popolazione più anziana a superare quella piu’ giovane alla fine del XX secolo, fino a divenire pari al 165 per cento della popolazione tra 0- 14 anni nel 2017. Le prospettive per il prossimo cinquantennio sono di una ulteriore crescita del rapporto, mentre l’età media della popolazione salirà di oltre 5 anni tra il 2017 e il 2061, passando da 44,9 a 50,2. La quota di popolazione in eta’ da lavoro ha raggiunto un massimo del 70 per cento all’inizio degli anni ’90; negli ultimi venticinque anni ha cominciato a flettere e, sulla base delle previsioni, continuera’ a ridursi nel prossimo cinquantennio fino a scendere sotto il minimo storico (59 per cento registrato nel 1911) dopo il 2031. Se scomponiamo questa quota per cittadinanza, circa un quarto della popolazione in eta’ da lavoro sara’ costituita nel 2061 da cittadini stranieri. In uno scenario limite in cui non ci fossero residenti con cittadinanza straniera, nel 2061 la quota di popolazione in eta’ 15-64 anni sul totale della popolazione, prevista pari al 55 per cento, scenderebbe a poco piu’ del 40 per cento.

Passando ad analizzare i potenziali effetti dell’evoluzione demografica futura sulla crescita economica, lo studio sottolinea che “l’effetto meccanico delle dinamiche demografiche determinerebbe in 45 anni un calo del Pil del 24,4 per cento rispetto ai livelli del 2016 e del 16,2 per cento in termini pro capite (-0,4 medio annuo), a parita’ di altre condizioni”. Per compensare il contributo negativo della demografia, in modo da mantenere il reddito reale pro capite sui livelli attuali, la produttivita’ dovrebbe crescere a un ritmo dello 0,3 per cento all’anno. “Una dinamica apparentemente modesta ma superiore a quella pressoche’ nulla registrata dall’inizio del nuovo secolo”, fanno notare i ricercatori. Se poi si azzerassero i flussi migratori futuri e la componente di popolazione straniera gia’ residente in Italia al 2016 assumesse parametri demografici identici a quelli dei nativi italiani il risultato sarebbe devastante. “Il livello del Pil aggregato risulterebbe dimezzato con un calo del 50 per cento. Il livello del reddito pro capite nel 2061 risulterebbe inferiore di un terzo rispetto al livello del 2016. Per compensare la diminuzione del reddito pro capite, la produttivita’ dovrebbe crescere allo 0,64 per cento all’anno. Secondo i tre studiosi di via Nazionale, soltanto “risposte comportamentali e modifiche istituzionali potranno mitigare le conseguenze economiche negative di una popolazione piu’ anziana, controbilanciando la tendenza alla riduzione della forza lavoro”. E tre sono i “motori” piu’ importanti in questa direzione: “l’allungamento della vita lavorativa, l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e l’evoluzione nella dotazione di capitale umano della forza lavoro”. L’estensione della vita lavorativa fino a 69 anni, ad esempio, ridurrebbe di sette punti percentuali la flessione del Pil pro capite (-9,2% rispetto a -16,2%) dovuta all’evoluzione demografica sull’orizzonte 2016-2061. Portare il tasso di occupazione al 70% per gli uomini e al 60% per le donne come previsto dall’Agenda di Lisbona conterrebbe al 2,9% il calo del Pil pro-capite. Attraverso un aumento del livello medio di istruzione per occupato tale per cui l’Italia raggiungerebbe nel 2061 il livello che la Germania avrebbe nel 2040 (14,3 anni), infine, il Pil pro capite aumenterebbe di quasi 10 punti percentuali rispetto al livello attuale.

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