Una lezione da Manchester e una da Teheran


La storia non insegna nulla. È questa la conclusione a cui inevitabilmente si giunge analizzando l’eccidio di Manchester.Ancora una volta a colpire non è stato un immigrato clandestino o un profugo infiltrato, ma un giovane divenuto terrorista dopo essere nato e cresciuto proprio in Inghilterra. Pur essendo già noto alle autorità, ha potuto agire indisturbato dopo essersi “radicalizzato”: Salman Abedi aveva fatto avanti e indietro tra Libia e Siria, posti nei quali ultimamente non si va a fare del turismo, ma evidentemente al ragazzo era concesso effettuare viaggi del genere e tornarsene tranquillo a casa sua in Gran Bretagna. Insospettisce soprattutto il fatto che il padre di Salman, una volta fuggito dalla Libia, fosse probabilmente incluso nella lista dei ricercati perché considerato affiliato al LIFG, o “Gruppo dei combattenti islamici libici“, organizzazione legata ad Al Qaeda. Sono elementi che dovrebbero far dubitare l’opinione pubblica della lucidità della classe dirigente occidentale nell’affrontare i rapporti col Medioriente; ormai da un paio di decenni non è più chiaro chi siano (o chi dovrebbero essere) i veri amici e chi i reali nemici.

E c’è persino chi si scandalizza quando si teorizzano connessioni tra la creazione di gruppi terroristici e i vertici della politica occidentale! Queste anime belle gridano subito al complottismo e al populismo, parole di cui ormai ignorano il senso, ma che gridano come slogan di piazza. Eppure resta il fatto che un “britannico” può serenamente risiedere in un Paese (fino a ieri) nell’Unione Europea, fare viaggi in lontane zone di guerra, affiliarsi indirettamente ad Al Qaeda e non venire adeguatamente monitorato: e allora, anche senza scomodare oscuri complotti, possiamo dire che alberga un po’ di confusione nelle teste dei politici d’Oltremanica come Boris Johnson e Theresa May, troppo impegnati a blaterare del pericolo russo per preoccuparsi dei kamikaze cresciuti in casa loro

Ricordiamo quando Johnson tuonò: Se la Russia continua a seguire la stessa strada su cui si trova ora in Siria, diventerà uno Stato dannato. Sei ancora della stessa opinione, Boris? Non pensi invece che destabilizzare intere regioni con operazioni di pseudo-liberazione alimenti odio ed estremismi che finiamo per importare direttamente in casa? Forse è venuto il momento di ridiscutere le certezze e magari chiudere qualche rubinetto monetario a quegli Stati veramente canaglia che coprono l’Isis e gli altri gruppi terroristici.

Così daremmo forse una risposta sensata alle angosce di chi ha perso amici e parenti negli attentati. Poi che facevano intanto gli analisti europei in questi mesi: qualche giornale a tiratura nazionale vuole sollevare la questione, per amor di Dio? Se confermate le responsabilità dei fratelli Abedi e della famiglia che risiede a Tripoli, è evidente come nessuno si sia accorto degli spostamenti sospetti e dei messaggi postati addirittura su profili Facebook, per non parlare delle loro frequentazioni pericolose. A meno che l’unico nemico dell’Occidente fosse Gheddafi: e allora chiunque era contro di lui diventa automaticamente nostro amico, anche se in fondo vorrebbe uccidere pure noi. È un po’ come per Assad: chiunque combatte il legittimo governo siriano è amico della civiltà occidentale, non importa che poi venga qui a tentare di distruggerla. Quindi, se non vogliamo ipotizzare innominabili legami sottobanco, possiamo però concludere che i nostri politici siano ingenui e schizofrenici.

Di tutta questa vicenda, le cui responsabilità sono da rintracciare su una scala molto larga, resta il sangue versato da troppi giovani innocenti. Perdere la vita in questo modo è una possibilità inaccettabile, è qualcosa di abberrante. Il sorriso di Saffie Rose Roussos, 8 anni, la più giovane delle vittime, dovrebbe smuovere le coscienze dei potenti del mondo e farli riflettere sulle loro mosse nello scacchiere internazionale. Già, dimenticavo: ce l’avranno poi una coscienza? Gli interessi economici in palio nel Medioriente sembra possano legittimare continue violazioni del diritto internazionale, una formula astratta per dire che innocenti di qualunque religione stanno morendo sia qui che laggiù. Da decenni nei palazzi degli organismi internazionali si sorvola su chi storpia il diritto a suo piacimento per avviare campagne militari dove è arduo non scorgere un intento colonialista.

In questo senso è interessante un articolo pubblicato sulle colonne di La Repubblica, Le donne di Teheran, in cui la giornalista Vanna Vannuccini ricostruisce con dovizia di particolari come in Iran, da sempre dipinto come Nemico Numero Uno dell’Occidente, le donne abbiano riconquistato i loro diritti non grazie agli hashtag e ai gessetti colorati, non grazie alle bombe democratiche e agli embarghi umanitari, ma con la loro stessa forza d’animo.

Le vere rivoluzioni si fanno nel proprio cortile, non vengono importate dal vicino fintamente interessato. E questa é una lezione che i soloni del Palazzo di Vetro a New York continuano a ignorare colpevolmente, con la conseguenza di portare nelle nostre strade e nelle nostre case l’odio di coloro che vogliono tutto da noi, tranne l’integrazione culturale: l’attentato di Manchester dovrebbe dimostrarlo persino a buonisti, benpensanti e alfieri del politically correct.

Pubblicato da Sputnik Italia

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