La vita a Mosca nel 1980 ricordata dalla presidente del Russkij Mir di Torino


Anna Roberti, presidente onoraria dell’associazione culturale Russkij Mir di Torino, ha presentato il progetto di raccolta fondi per la pubblicazione del suo romanzo “Quell’anno a Mosca, 1980-1981”, dove racconta l’esperienza di studentessa in trasferta nella capitale sovietica.

Autrice di libri quali “Russacchiotta bargiolina” e “Dal recupero dei corpi al recupero della memoria“, Anna ha dedicato tutta la vita a promuovere la lingua e la cultura russa in Italia.

—  Quale motivo l’ha spinta a scrivere questo romanzo? 

 Quest’anno ricorrerà il centenario della Rivoluzione d’Ottobre. Ne sentiremo di tutti i colori, soprattutto dai detrattori dell’Unione Sovietica, specialmente quelli che in URSS non ci sono mai stati. Invece io ci vissi un anno grazie a una borsa di studio: ho voluto lasciare in eredità alla prossime generazioni un’immagine di quel periodo. Racconto la storia di un gruppo di studentesse che scoprono Mosca e i sovietici. Le protagoniste sono due compagne di stanza, un’italiana e un’americana, e poi tutti i ragazzi e le ragazze di ogni nazionalità che erano nel collegio in quell’anno.

—  Si sentono tante cose negative di quegli anni…

—  Si diceva che gli stranieri, entrati in Russia, non potevano andare in nessun posto, che se ci andavano non potevano parlare con nessuno, e che comunque non potevano fare niente. Sono balle clamorose! Noi ci siamo divertite da morire: frequentavamo gli abitanti (non di nascosto) e nessuna ha subito purghe o ritorsioni.

—  Quindi non é un’opera di fantasia.

—  I fatti sono talvolta attribuiti a personaggi diversi, ma tutto ciò che racconto è successo davvero. Erano in Italia gli anni del riflusso: per noi che subivamo tante delusioni in patria ci sembrava un altro mondo, ma non è assolutamente un’apologia dell’Unione Sovietica. Infatti dico anche ciò che non andava: ad esempio era difficile trovare certi prodotti o viaggiare all’estero, ma cerco anche di sfatare la propaganda che ci propinavano in Italia, mostrando quanto fosse profonda l’anima russa e quanta cultura respiravamo in quegli anni.

—  Qual è un brano al quale è particolarmente affezionata?

—  In russo, avòs’ significa “forse”, “magari” e l’espressione colloquiale na avòs’ sta a indicare la speranza di avere, casualmente, successo in qualcosa. Come logica conseguenza, in Unione Sovietica la retina della spesa si chiamava avòs’ka. Sì, proprio quell’oggetto, quasi in disuso in Occidente, che la massaia caccia in borsa solo dopo avere razionalmente deciso che andrà a fare la spesa e avere annotato su un foglietto ciò che manca in casa. In URSS la “retina del non si sa mai”, la “borsa del forse oggi trovo qualcosa” ce l’avevano sempre tutti con sé: gli accademici nella cartella, le ragazze nella borsetta, i contadini nello zaino. C’erano le avòs’ki più piccole che si potevano infilare al polso e conferivano un’aria signorile, le mezze misure, quelle enormi che strascicavano per terra e potevano contenere anche dieci chili di prodùkty e tutte, ma proprio tutte, in un vasto assortimento cromatico.

Il fatto è che non esistevano persone che uscissero appositamente per fare la spesa: si usciva per vari motivi e, nel caso, si comprava. Che cosa? Di tutto! Quando capitava l’occasione, non bisognava assolutamente farsela scappare. La periodicità con cui determinati prodotti comparivano nei negozi era incontrollabile, così come inspiegabile era il motivo per cui un certo articolo, che fino al giorno prima abbondava sui ripiani, diventava improvvisamente deficìtnyj e scompariva per settimane o mesi. Non appena si notava un assembramento davanti a un negozio o una fila insolita a una cassa, ci si buttava a capofitto ed era tutto un movimento convulso di moscoviti e di ospiti della capitale a tirare fuori la propria inseparabile avòs’ka.

—  Raccontiamo con un brano l’avvio dell’avventura a Mosca.

—  Finita la confusione, incominciarono i corsi. Il cortile, incredulo, si vide invaso ogni mattina da giovani e meno giovani in gonnelloni, sari o jeans. All’invito dell’insegnante di ginnastica a effettuare dieci piegamenti sulle ginocchia, l’uno scattava di corsa a fare il giro dell’isolato, l’altra iniziava a girare su se stessa con le braccia intrecciate sulla testa, un terzo si sdraiava sul selciato cercando di sollevare le gambe il più in alto possibile. Anche le aule iniziarono ad assistere ai più strabilianti spettacoli, complici le cosiddette “drammatizzazioni a scopo didattico”. Il moderno sistema delle dramatizàcii era stato messo a punto dai metodologi sovietici e sembrava particolarmente efficace nella prima settimana, per rompere il ghiaccio tra i partecipanti anche se l’inverno era relativamente lontano.

L’insegnante comunicava una situàcija e gruppi di tre o quattro, in piedi in mezzo all’aula, cercavano di svilupparla usando tutte le conoscenze della lingua russa che il cervello riusciva a fare emergere, nonostante la timidezza, l’ansia e l’ignoranza. Barbuti curdi dall’aria minacciosa abbassavano la testa e, strofinando un piede contro l’altro, balbettavano: “Non so…”; robuste bretoni dai pomelli rossi si accasciavano infine sulla sedia, invocando la mamma con un fil di voce. Trascorsa la prima settimana, si passò ad affrontare le varie materie di studio, tra cui l’intraducibile stranovèdenie (un misto di educazione civica, storia e geografia). Quest’ultima disciplina fece entrare nella testa degli studenti abbreviazioni di tipo politico-amministrativo che non avrebbero mai più usato in vita loro, se non per vincere a Scarabeo: RSFSR, VLKSM, VCSPS e innumerevoli altre, nonché termini geografici altamente specialistici come le “terre nere”, le “terre vergini” e le terre del cosiddetto “gelo perenne” (quello che in Occidente è chiamato permafrost, come fosse una marca di frigoriferi)…

—  È stato difficile trovare un editore?

—  Ho terminato il romanzo due anni fa, l’ho mandato a più di dieci editori, ma nessuno mi ha risposto. Sapevo però che il libro poteva piacere, avendolo fatto leggere a molti che avevano vissuto quell’anno con me e ad altri italiani che hanno viaggiato in Russia. Poi un’amica mi ha convinto a lanciare una raccolta fondi per pubblicarlo. Ora siamo in dirittura d’arrivo: la “chiamata delle donazioni” terminerà il 31 maggio e inizieremo a stampare. Chi tra i lettori volesse dare una mano può senz’altro donare qualcosa.

Pubblicato da Sputnik Italia

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