In Italia casi di ictus in aumento


Circa duecentomila casi di ictus in Italia l’anno scorso. Una cifra in aumento del 2% rispetto al 2015 e di cui l’80% primi eventi e il 20% recidive.

A comunicarlo un gruppo di ricercato durante il Congresso Nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica (Sirn) che si é tenuto a Pisa. Principale causa dell’aumento dei casi è l’invecchiamento e si accompagna ad un aumento del numero dei pazienti che sopravvivono e hanno bisogno di riabilitazione. Stefano Paolucci, Direttore UOC Fondazione S. Lucia IRCCS di Roma:

“Un paziente su tre mostra un disturbo di un linguaggio dopo un ictus. Parlare, ricordare, leggere può diventare un’impresa e deve essere trattato in maniera adeguata”.

Unico modo per ridurre il rischio di ictus é agire sugli stili di vita. Gli esperti consigliano di monitorare costantemente pressione e cuore. Seguire scrupolosamente il giusto trattamento terapeutico; svolgere una costante attività sportiva che può essere costituito anche da una passeggiata a passo spedito di 20 minuti. Una dieta mediterranea può ridurre l’incidenza di questa patologia, ancora di più non fumare.

A differenza della percezione comune il problema non riguarda solo gli anziani. Aggiunge Paolucci:

“Nella nostra esperienza abbiamo casi di ictus che hanno colpito giovani e giovanissimi. In caso di ictus, la finestra di intervento in cui agire terapeuticamente è di 4/5 ore: entro 3 ore occorre arrivare al Pronto Soccorso. E’ necessario un intervento immediato, chiamando il 118, perché il primo soccorso possa indicare, dopo il triage, quale struttura ospedaliera coinvolgere per l’intervento. Le stroke unit, unità dedicate al trattamento nelle primissime fasi, non sono distribuite in maniera omogenea nel territorio nazionale”.

Intanto nell’ultimo decennio nell’ambito delle neuroscienze si stanno testando nuovi approccio terapeutici per promuovere il recupero dopo un ictus e che potrebbe facilmente affiancarsi alla tradizionale riabilitazione. Si tratta di una strategia ‘elettromagnetica’ capace di regolare la trasmissione dei segnali elettrici cerebrali e potenziare la comunicazione tra diverse aree cerebrali e tra queste e i muscoli.

Ma tale approccio innovativo, basato sull’uso di campi elettrici e magnetici, non ha ancora dato esiti certi e univoci. Dall’analisi effettuata dai ricercatori del Campus Bio-Medico di Roma emerge che le due principali ‘scuole di pensiero’ sul trattamento con tecniche di neuromodulazione cerebrale non-invasiva nell’ictus non sono da contrapporre, ma vanno adattate a seconda dell’entità del danno subito dal cervello.

Il primo modello è quello che va sotto il nome di ‘competizione tra emisferi’, e prevede che in un cervello colpito da ictus, andrebbe inibita la parte sana per impedire che la sua iperattività rallenti il recupero dell’emisfero leso. Al contrario, l’altro approccio vede nella stimolazione dell’emisfero non colpito da ictus un elemento di forza per favorire il migliore recupero delle funzioni motorie del paziente, sfruttandone l’attività ‘sostitutiva’.

I ricercatori del Campus Bio-Medico hanno spiegato però che non esiste una strada unica valida genericamente per tutti i pazienti. La scelta del trattamento indicato, piuttosto, dipende da quanto grande è il danno cerebrale. Secondo gli studiosi, infatti, di fronte ad una modesta entità di danno di conseguenza, l’approccio più adeguato è quello di inibire l’iperattività dell’emisfero sano. Se, viceversa, il danno cerebrale è molto vasto, la strategia di recupero vincente è quella che potenzia l’emisfero cerebrale non colpito dall’ictus in sostituzione di quello danneggiato.

A questa ricerca é complementare un secondo studio, realizzato sempre sempre dai neurologi del Campus Bio-Medico e pubblicato sulla rivista Brain Stimulation. I ricercatori avrebbero scoperto che ad influenzare la reazione del cervello colpito da ictus sarebbero anche alcune caratteristiche genetiche. Lo studio si è focalizzato sugli effetti delle varianti di un singolo gene, che codifica una proteina della famiglia delle neurotrofine, chiamata Brain Derived Neurotrophic Factor (BDNF). Questa proteina favorisce la sopravvivenza dei neuroni e influenza i fenomeni di plasticità cerebrale. Il Prof. Vincenzo Di Lazzaro, direttore di Neurologia del Campus Bio-Medico spiega:

Abbiamo scoperto che per poter definire i programmi terapeutici e riabilitativi post-ictus anche le caratteristiche genetiche dell’individuo rappresentano un elemento rilevante da prendere in considerazione. Di fatto, questo gene influenza il modo in cui i due emisferi cerebrali reagiscono a un ictus: nei soggetti con la forma più diffusa del gene l’emisfero cerebrale non colpito prende il sopravvento, diventando ipereccitabile agli stimoli esterni. Nei soggetti con una variante del gene, detta polimorfismo, lo sbilanciamento tra l’attività dei due emisferi che si verifica dopo l’ictus è nove volte inferiore. L’ipereccitabilità dell’emisfero non colpito da ictus ha un ruolo significativo nei processi di recupero, in quanto può favorirlo, soprattutto quando i danni dell’ictus sono molto estesi, ma può anche interferire con esso nel caso di lesioni di minori dimensioni”.

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