Lo Stato non c’è, io mi armo


Il giudice trevigiano Angelo Mascolo, con una lettere choc pubblicata su alcuni quotidiani veneti ha annunciato di volersi dotare di un’arma per esercitare il suo diritto alla difesa: “D’ora in poi sarò armato”.

Mascolo ha raccontato di un episodio accadutogli nella settima. Alla guida della sua automobile, dopo aver effettuato un sorpasso, si è visto inseguire dal conducente dell’altra automobile mentre lo accecava con colpi di abbaglianti. Il giudice è riuscito a raggiungere una pattuglia di Carabinieri, ai quali gli inseguitori hanno detto che Mascolo era stato seguito “per esprimere critiche sul suo modo di guidare“.

Il giudice si pone un problema:

“se fossi stato armato, come è mio diritto e come sarò d’ora in poi, che sarebbe successo se, senza l’intervento dei Carabinieri, le due facce proibite a bordo della Bmw mi avessero fermato e aggredito, come chiaramente volevano fare?”.

E aggiunge: “se avessi sparato avrei subito l’iradiddio dei processi – eccesso di difesa, la vita umana è sacra e via discorrendo – da parte di miei colleghi che giudicano a freddo e difficilmente – ed è qui il grave errore – tenendo conto dei gravissimi stress di certi momenti“.

Il problema della legittima difesa “è un problema di secondo grado – accusa – come quello di asciugare l’acqua quando si rompono le tubature. Il vero problema sono le tubature e, cioè, che lo Stato ha perso completamente e totalmente il controllo del territorio, nel quale, a qualunque latitudine, scorazzano impunemente delinquenti di tutti i colori“.

Per il giudice, “la severità nei confronti di questi gentiluomini è diventata, a dir poco, disdicevole, tante sono le leggi e le leggine che provvedono a tutelarli per il processo e per la detenzione e che ti fanno, talvolta, pensare: ma che lavoro a fare?“.

L’idea espressa da Mascolo è perà choc e solitaria solo in apparenza. Già il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, si era espresso a favore di una visione molto più ampia del diritto alla legittima difesa. Nel 2015 il pm aveva affermato intervistato da Corriere della Sera:

“Chi si difende da un reato non merita di essere indagato”.

Aveva poi spiegato: “Se lei viene invitato a casa di un suo amico, nessuno la incriminerà per violazione di domicilio, imponendole di dimostrare la prova dell’invito. E allo stesso modo non dovrà dimostrare che la sua partner sia consenziente ogni volta che ha un rapporto sessuale, in modo da allontanare da sé l’accusa di violenza. Dunque perché se lei spara a un bandito che la minaccia deve automaticamente trovarsi indagato per omicidio?“. Il pm aggiungeva: “Quando presiedevo la commissione per la riforma della legittima difesa partimmo da una prospettiva completamente diversa, quella liberale. Anche in un codice liberale valgono i principi di proporzione e attualità, ma in quel caso non ci si pone il problema dei limiti in cui il cittadino si difende. La questione è fino a che punto lo Stato abbia il diritto di punire il cittadino che reagisce ad un reato che lo Stato stesso non è stato in grado di prevenire“. E chiudeva la sua intervista con un esempio: “Oggi chi ruba una sera in tre case diverse rischia una pena superiore a quella di chi violenta un bambino e se lo mangia. Non è quindi una questione di alzare le pene per chi ruba come spesso sento dire. Più alte di così le pene non possono essere. Altra questione è piuttosto il rapporto tra pena prevista, pena irrogata e pena eseguita. La legittima difesa dovrebbe non essere più trattata come una causa di non punibilità, ma un non delitto, un non reato. Questo significa che non si viene indagati, non serve un avvocato. Può essere che non siano stati rispettati i limiti di cui sopra, ma dovrà essere l’indagine a dimostrarlo. C’è una sorta di inversione dell’onere della prova“.

Insomma é evidente che in Veneto il problema é sentito da tempo e che anche in parti della magistratura sia forte la sensibilità che qualcosa vada cambiato per tutelare i cittadini che si difendono.

Il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio

 

 

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