Enrico Franceschini: Scoop


Leggendo Scoop il nuovo libro del giornalista di Repubblica Enrico Franceschini ci troviamo di fronte ad uno dei migliori romanzi sulla carta stampata che abbia mai letto. Non che non esistano altre opere altrettanto piacevoli, ma a colpire é il tono scanzonato che utilizza lo scrittore nel descrivere il giornalismo come:

“Il più grande divertimento che puoi avere con i calzoni addosso”.

L’intreccio messo in piedi da Franceschini è una grande commedia dell’assurdo, dove non si comprende mai l’esatto confine tra licenza narrativa e realtà. Scoop quindi diventa da un lato una avvincente caricatura del mondo del giornalismo pre rivoluzione digitale dall’altro una interessante istantanea dell’Italia con i suoi pregi, pochi, e tanti difetti.

La trama scorre veloce sin dal suo incipit. Andrea Muratori, il protagonista del libro, è un giornalisto sportivo che, a seguito di una raccomandazione mal formulata da una nobile, viene spedito per un caso di omonomia a fare il corrispondente di guerra in una sperduta regione del Centro America, il Cusclatan che è a rischio golpe. Giunto ai Tropici verrà però in contatto con una realtà del tutto nuova, la quale si scontra con la sua concezione idealistica del giornalismo. D’altra parte come dice il direttore della sua testata “quel frenetico lavorio, tutta quella confusione, quell’insieme di ordine dati e ricevuti, telefonate, decisioni prese in fretta e furia, quel gioco a tratti infantile di mettere insieme quaranta o cinquanta pagine di carta stampata con la storia di quello che é successo in Italia e nel mondo nelle ultime ventiquattr’ore, produce alla fine qualcosa che non é poi così distante dalla verità“.

Ecco che il giornalismo, visto in quest’ottica estremamente fluida e sincopata, può far diventare notizia anche un falso scoop o una falsa intervista, purché appaia al lettore verosimile. D’altra pare le rivoluzioni in Sud America non sono sempre uguali a se stesse con filo comunisti e filo americani in contrapposizione perenne?

Si scopre quindi un mestiere dove il sorseggiare un bicchierino lungo il bordo di una piscina di un albergo extra lusso, partecipare con i propri colleghi ad un giro nel casino, girare scientemente chilometri lontano dal fronte per non rischiare una pallottola non è più una perdita di tempo, ma un modo per non prendere un “buco” da parte degli altri corrispondenti.

Franceschini insomma ci consegna una immagine del giornalismo grottesca  dove realmente ci si interroga quanto spazio sia dato alla finzione. La domanda sorge naturale se si pensa che ha iniziato la propria carriera proprio come inviato speciale in Centro America e che poi é stato corrispondente da Gerusalemme, Londra, Mosca e Washington. E’ certo però che resta un libro assolutamente da leggere, anche solo per farsi una risata dei vizi e delle virtù di noi italiani.

 

 

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