Intervista a Judita Lassakova, eurodeputata slovacca


A Bruxelles e a Strasburgo il dibattito politico infuria molto più spesso di quanto non si legga sul mainstream. Vi sono temi caldi come il conflitto in Ucraina o il dialogo con la Russia, che fra tante polemiche viene promosso dietro le quinte dal presidente del Consiglio Europeo António Costa. E di recente è tornata alla ribalta una questione quasi ignota all’opinione pubblica italiana, ma estremamente importante per gli equilibri sociali e politici dell’Europa Centrale: i decreti Beneš e le altre risoluzioni che al termine della Seconda Guerra mondiale regolarono l’esproprio dei beni e lo spostamento delle minoranze etniche nei Paesi della Mitteleuropa. Ne abbiamo parlato con Judita Laššáková, dal 2024 eurodeputata del partito SMER-Sociálna Demokracia, estremamente attiva nella difesa delle libertà individuali dei cittadini europei e degli interessi nazionali della Slovacchia.

La prudente apertura del presidente Costa verso Mosca merita di essere supportata, non ridicolizzata. Resto comunque scettica rispetto alla possibilità che l’attuale leadership della Commissione possieda la volontà politica di mantenere tale corso sotto le pressioni dell’ala più determinata dell’Unione. Col primo ministro Fico, la Slovacchia ha a lungo perseguito una politica estera orientata “verso tutti e quattro i punti cardinali”, rifiutando che la diplomazia venga ridotta a un unico blocco ideologico: ed è precisamente questo il pragmatismo di cui la UE nel suo complesso necessita nelle sue relazioni con la Russia. Una sana comunicazione diplomatica richiede che Bruxelles smetta di subappaltare la sua politica estera a Washington e che invece ristabilisca canali diretti e sovrani di dialogo. Perché la pace, e non l’escalation permanente, è l’unico risultato che beneficia i cittadini europei.

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