Tutti sanno che il danno primario è al trasporto di gas e di petrolio, oltre che alla logistica del commercio mondiale. Semplice quindi dedurre che ne stiano soffrendo anche le forniture alimentari di mezzo mondo. Ma solo ora si comincia a capire quanto deleterio sia per l’agricoltura. E il motivo è che il tanto desiderato gas è uno dei componenti essenziali per la produzione di concimi azotati, che sono fra i più importanti e utilizzati. Come una valanga che inizialmente sembra soltanto un’innocua palla di neve, l’incombente catastrofe comincia come un semplice turbamento di mercato, poi gli operatori si mettono a risparmiare sui dosaggi di concimi e fertilizzanti – diminuendo al tempo stesso anche la produzione – oppure passando a colture meno dispendiose e al altresì aumentando i prezzi. Dopo qualche tempo sui mercati vi è molto meno cibo e quello rimasto è diventato molto più caro di prima…
Chi rischia di più sono ovviamente quei Paesi la cui sicurezza alimentare è affidata maggiormente alle importazioni. Sono quindi in primo luogo quelli del Sud Globale e in particolare dell’Africa subsahariana, come Kenya, Sudan, Somalia e Mozambico, dove la stagione della semina è già cominciata. Ma persino una potenza agricola come il Brasile non è al riparto da certi effetti negativi, perché acquista il 20% dei suoi fertilizzanti dal Golfo Persico. L’altro grande esportatore agroalimentare sudamericano che patisce enormemente questa situazione è l’Argentina, i cui produttori a causa del rialzo dei prezzi dei concimi devono scegliere se ridurre il lavoro oppure dedicarsi a colture meno esigenti e anche meno nutrienti.
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