Il giornale britannico The Economist dice senza mezzi termini che “i segnali dell’imminente ridimensionamento dell’America sono inequivocabili”. Secondo gli esperti, uno di essi è l’intesa con gli huthi per non subire i loro attacchi alle navi statunitensi nel Mar Rosso. In altre parole, invece di dare armi e sostegno all’Arabia Saudita nel contrasto al gruppo armato yemenita, Washington preferisce accordarsi con esso sottobanco. Come dice l’ex diplomatico iraniano Mehrdad Khonsari, Trump mantiene sempre il suo atteggiamenti spavaldo, ma in realtà cerca di scendere a patto con coloro che prima chiamava “feccia”. E adesso gli ultimi soldati statunitensi hanno iniziato ad abbandonare le basi in Iraq. Il piano di uscita lo aveva stilato nel 2024 Biden, che tre anni prima aveva tolto le truppe dall’Afghanistan in maniera improvvisa e drammatica.
Per adesso, come giustificazione al progressivo disimpegno nella zona può bastare il fatto che gli USA hanno aumentato la produzione e l’esportazione di gas e petrolio e dunque la loro prosperità dipende sempre di meno da quanto accade in Asia occidentale. In compenso l’interesse viene rivolto verso l’Asia orientale. Era stato Obama a esprimere il concetto di una “svolta” americana nel senso di preoccupazione per la Cina, che nel suo primo mandato Trump aveva definito come minaccia №1 alla sicurezza nazionale. Tuttavia, in questi ultimi quindici anni la svolta non si è verificata e gli USA non hanno fatto particolari passi avanti nella deterrenza di Pechino, essendo invece rimasti impantanati in Medio Oriente fra Siria, ISIS e la costante iraniana.
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