Islanda, non alla UE: intervista con la deputata ed ex ministro Andersen


Bruxelles è rimasta scottata dalla vittoria del no alla riapertura dei negoziati fra Islanda e UE. Le motivazioni per rimandare le trattative si riassumono nei vantaggi che Reykjavik gode grazie alla sua condizione attuale. Il passo finale verso la piena adesione viene visto come non necessario o addirittura controproducente. Ce ne parla in un’intervista esclusiva Sigríður Á. Andersen, deputata dell’Althingi, il parlamento monocamerale islandese. La Andersen è stata Ministro della Giustizia dal 2017 al 2019 e oggi guida il gruppo del Partito di Centro (Miðflokkurinn), oltre ad essere membro della delegazione islandese presso il PACE, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

La preoccupazione principale è la perdita del controllo nazionale sulle decisioni, soprattutto quelle particolarmente importanti per l’Islanda. Essendo una nazione piccola, le nostre condizioni e i nostri interessi possono differire molto da quelli dei Paesi dell’Europa continentale.

L’industria ittica è l’esempio più chiaro. Il pieno controllo delle nostre zone di pesca e delle risorse marittime è da sempre qualcosa di essenziale per l’indipendenza economica e la prosperità dell’Islanda. Lo stesso principio dunque si applica all’energia, all’agricoltura e ad altre risorse naturali. Si tratta di interessi strategici nazionali. Le scelte che riguardano questi ambiti dovrebbero restare in mano ai cittadini islandesi.

Dunque i timori in senso economico non toccano solamente i costi o i benefici della membership UE, ma riguardano il mantenimento da parte di Reykjavik della possibilità di gestire le proprie risorse, quelle da cui dipendono pezzi importanti della nostra economia. Diventando membro dell’Unione, l’Islanda vedrebbe ridotta la flessibilità per modellare le proprie politiche in settori-chiave, a seconda delle circostanze economiche e sociali.

Per leggere l’articolo completo cliccate su Strumenti Politici.