Washington ha sprecato la fiducia dei suoi alleati più stretti in Asia. Così, oggi l’amministrazione Trump non riesce a farsi dire di sì da Tokyo e da Seul a proposito del sostegno nell’avventura iraniana. L’American Conservative spiega le ragioni di questa impasse.
L’esempio della guerra in Iraq
Mentre proseguono gli attacchi israelo-americani contro l’Iran, Washington si rivolge ancora una volta agli amici e agli alleati affinché aiutino a sistemarne le conseguenze. Per Giappone e Corea del Sud, due degli alleati più stretti degli USA, la posta in gioco è elevata. Infatti entrambi dipendono dai flussi energetici che passano dallo Stretto di Hormuz – chiuso da Teheran – e sentono lo shock del rialzo dei prezzi del petrolio e della volatilità dei mercati. Tuttavia si mostrano esitanti davanti alle richieste di Washington di assumere un ruolo diretto nelle missioni di scorta, nello sminamento o in altri tipi di supporto marittimo. Vi sono dei precedenti: vent’anni fa, durante la guerra in Iraq, i due Paesi si trovarono di fronte ai medesimi dubbi. All’epoca scelsero di aiutare gli USA a dispetto delle forti limitazioni legislative e di politica interna.
Ammesso e non concesso che la mossa fatta in Iran abbia in realtà come scopo la Cina, il peso che verrebbe messo sulle spalle di Giappone e Corea del Sud sarebbe difficile da giustificare. Nella guerra in Iraq, Tokyo e Seul sostennero Washington a dispetto di pesanti riserve, anche perché poterono presentare quella decisione come la partecipazione a un’impresa internazionale di largo respiro.
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