discussioni in ue per membership kiev


L’Ucraina ha ottenuto lo status di Paese-candidato già nel giugno 2022, cioè qualche mese dopo l’inizio delle ostilità. Da parte di Bruxelles si è trattato di un gesto di natura squisitamente politica, visto che altri Paesi in lista d’attesa con più titolati meritavano concessioni ben prima di Kiev. Oltre tutto, il percorso di adesione alla UE è qualcosa di complesso e di lungo. Dura anni, poiché richiede riforme estese e sostanziali trasformazioni delle strutture economiche e giudiziarie di un Paese. Lo scorso dicembre la Commissione ha fieramente proclamato i significativi progressi fatti dagli ucraini nell’esecuzione dei “compiti a casa”. Ma tutti sanno che è stato l’ennesimo slogan ad uso e consumo degli europeisti accaniti.

Gli euroburocrati si stanno scervellando per trovare soluzioni creative, ma che devono essere convincenti dal punto di vista legale. L’idea di un ingresso “a credito”, con le riforme da terminare dopo l’adesione, rende felice i filo-ucraini, ma scontenta pesantemente i governi che hanno già fatto il lavoro richiesto e che si vedono scavalcare dal Paese più povero e corrotto del Continente. Anche l’idea di un ingresso graduale (sebbene a tappe forzate), oltrepassa i limiti delle norme vigenti e va giustificato politicamente e giuridicamente. Dunque l’Ucraina rimane e rimarrà chissà per quanto una “zona grigia” che può attirare investimenti dall’estero tanto quanto generare rischi di portata internazionale. Tale situazione non dispiace troppo al Cremlino, che vede così neutralizzata di fatto la minaccia costituita dal regime di Kiev.

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