intervista a davide caocci sulla fine dell’ordine internazionale


Non si tratta soltanto di crisi regionali, ma di episodi che riflettono una trasformazione strutturale: la centralità dei materiali critici, dell’energia e delle infrastrutture del dato nella definizione della potenza geopolitica del XXI secolo.

In questo scenario, categorie classiche come sovranità, diritto internazionale e multilateralismo sembrano sottoposte a una pressione inedita, mentre avanzano logiche di competizione tecnologica, sicurezza economica e controllo delle filiere strategiche.

Per comprendere la portata di questo cambiamento abbiamo intervistato Davide Caocci, docente di relazioni internazionali e international project management, con oltre vent’anni di esperienza nei programmi di cooperazione e sviluppo tra Europa, Africa subsahariana e America Latina. Dopo una formazione in diritto ed economia, Caocci ha lavorato a lungo nella progettazione europea per istituzioni pubbliche, imprese ed enti del terzo settore, affiancando all’attività accademica un’intensa produzione saggistica dedicata agli squilibri globali, alla sostenibilità e alle nuove dinamiche della governance internazionale.


– Dopo i casi del Venezuela e della Groenlandia, possiamo dire che esiste ancora il diritto internazionale?

– Esiste ed esisterà sempre in quanto branca del diritto. Se esiste ancora quella parte del diritto internazionale che regolava i rapporti civili fra i soggetti della comunità internazionale che sono gli Stati, quella parte del diritto internazionale pubblico legata alle relazioni e alle organizzazioni internazionali o genericamente inteso alla convivenza civile, ecco, se esiste, allora occorre notare come oggi venga scardinato rispetto al modello che si era venuto a creare dopo la Seconda Guerra Mondiale apartire dal modello dell’ONU. Ciò è davanti agli occhi di tutti. In particolare, Groenlandia e Venezuela ne sono gli esempi topici.
– Già prima di Trump si stava delineando una saggistica riguardante una lettura della Storia legata più che ai rapporti e ai cicli economici in senso ideologico, ma alla questione dei beni, sui materiali, sui data set come i minerali, il petrolio e le terre rare. Quanto influisce sul diritto internazionale?

Questo purtroppo è veramente l’elemento che ha creato il cambio di prospettiva. Oggi non ci si confronta più politicamente, economicamente, diplomaticamente e militarmente per conquistare un pezzo di terra in più dove piantare la bandiera o per portarsi via qualche risorsa naturale classicamente intesa.

Oggi il confronto è per conquistare prodotti particolari, ad esempio le terre rare, e anche spazi per gestire l’informazione. Ecco un altro elemento che ha modificato la prospettiva dei soggetti in gioco. La cifra che accomuna Groenlandia e Venezuela è veramente il tentativo di controllare gli elementi che stanno alla base della nuova economia fondata sull’intelligenza artificiale e i data centre che gestiscono il nuovo sapere.

Gli USA stanno cercando di scalzare da questo controllo gli altri player, prima fra tutti la Cina. Cioè per ottenere il controllo sulla materia prima che serve per dare energia, cioè il petrolio, l’energia che serve all’elaborazione dei dati che è la nuova chiave della potenza, e dall’altra parte il controllo dei giacimenti di terre rare e altre risorse.

Il bene smaterializzato dell’intelligenza artificiale e dei dati legati alle innovazioni degli ultimi anni è ciò che oggi regge e dirige la volontà dei governi e dei centri di potere. Dunque sono cambiate le prospettive e pure i beni, quei beni che regolano le mosse dei grandi giocatori.

– Sembra che la dottrina Monroe si stia riaffermando in maniera prepotente. Prendiamo ad esempio il conflitto in Ucraina: visto con gli occhi occidentali si tratta di una guerra di aggressione, mentre vista con gli occhi russi potrebbe apparire ispirata ai principi della dottrina Monroe, e cioè se ti avvicini ai miei confini io reagisco.
Trump sta vendendo l’operazione in Venezuela e in Groenlandia proprio in questi termini, come autodifesa del proprio spazio vitale.

Crede nel mondo stiano soccombendo la diplomazia e il diritto internazionale a causa della prevalenza della dottrina Monroe nei blocchi di potenze, se di blocchi possiamo parlare?
– Molti osservatori parlano già della “dottrina Donroe”, con la D di Donald Trump al posto della M di Monroe. Ed è vero, perché già nello strumento sulla sicurezza nazionale pubblicato lo scorso dicembre dagli Stati Uniti si vede bene il cambio di prospettiva da parte di Washington, che riafferma la necessità di controllare tutto quella che ha intorno a sé.

Come Monroe, qui si proclama “l’America agli americani”, intendendo per America il Continente americano e gli americani gli USA. Trump lo sta ridefinendo apertamente, senza paura di essere richiamato né al rispetto dello jus cogens sviluppato negli ultimi 70 anni né al rispetto degli obblighi che avrebbe come Stato civile.

D’altra parte vi è l’azione della Russia contro Ucraina che nell’ottica di una dottrina Monroe rivista ed attualizzata sarebbe pienamente riconoscibile in quanto tale, vale a dire la Russia ai russi, intendendo per Russia pure tutti i territori circostanti alla Grande Russia, mentre dal punto di vista attuale della realpolitik la comunità internazionale denuncia l’aggressione di Mosca come violazione di tutto quello che il diritto internazionale classico prevede in tema di uso della forza.

Quella effettuata da Trump in Venezuela e minacciata in Groenlandia passano come boutade di un presidente simpatico. Ritengo che anche i comportamenti e gli atteggiamenti di Trump costituiscano vere e proprie violazioni del diritto internazionale.

– Crede che vi sia spazio in Venezuela per un nuovo governo ai venezuelani oppure è stata un’operazione finalizzata solo alla presa di asset strategici per gli USA?

La scusa addotta è Maduro fosse un dittatore. Però oggi a Caracas c’è ancora governo vicino all’ex presidente.
– La definizione di Maduro come dittatura è di carattere politico, perché dal punto di vista del diritto internazionale era un presidente eletto dai venezuelani e quindi un capo di Stato riconosciuto. Poi dipende dalle concezioni politiche e dalle alleanze il fatto di chiamare il suo governo un regime e lui un dittatore.

Quello che è avvenuto è veramente un attacco armato a Paese sovrano e un rapimento di capo di Stato in carica. A ciò è seguito un semplice cambio di presidenza – non imposto dall’esterno – avvenuto in maniera costituzionale. È succeduta la vicepresidente, in attesa di svolgere nuove elezioni per scegliere il prossimo presidente.

Il tutto con beneplacito degli USA, che in questo caso non hanno voluto fare un cambio di regime, ma hanno dimostrato che la loro intenzione non era di “esportare la democrazia”, come in passato. Volevano solo eliminare questa figura (anche come dimostrazione di forza verso altri Paesi) e sostituirla con altra persona più malleabile e sensibile alle richieste di Washington, per poi imporre un proprio sistema economico di scambio.

Trump ha detto chiaramente che Caracas potrà riprendere a esportare il petrolio, ma vendendolo a compagnie americane USA. Washington voleva dunque controllare un Paese con riserve petrolifere enormi, anche se il greggio venezuelano ha delle caratteristiche differenti da quello che viene lavorato negli Stati Uniti, dunque occorreranno investimenti molto grandi.

Assicurarsi il controllo di questi giacimenti è veramente un asset incredibile. E non dimentichiamoci delle terre rare presenti nei Paesi limitrofi: dominare il passaggio dal Venezuela ha dunque un interesse enorme per Washington.

– Crede in Groenlandia prevalga l’interesse per le terre rare oppure quello sulle rotte marittime o magare la logistica militare o impedire a russi e cinesi di mettere piede sull’isola?
– Dal punto di vista militare bisogna ricordare che Washington aveva già un accordo con il governo autonomo di Nuuk e poteva quindi espandere la propria presenza militare sull’isola senza alcun problema. Il controllo militare costituisce dunque una motivazione piuttosto debole.

Per quanto riguarda invece il controllo delle rotte artiche gli Stati Uniti stanno investendo davvero poco. Bisognerebbe capire come vogliono affrontare la questione. Un numero che spiega bene la competizione di USA, Cina e Russia sull’Artico è quello delle navi rompighiaccio di cui dispongono i tre Paesi. La Federazione Russa ne ha 54, posto comunque che l’intera parte asiatica del Paese si estende lungo il Polo Nord.

Gli USA ne hanno solamente 2, di cui una al momento pare sia in riparazione. La Cina ne ha 4. Le proporzioni sono fuori misura, come pure si nota come che le navi cinesi siano il doppio di quelle americane. Dunque il controllo o la riaffermazione della presenza degli USA sulle rotte artiche pare una motivazione poco credibile. La motivazione più pressante e la più veritiera sarebbe quindi costituita dalle terre rare. Però non vedo l’occupazione americana della Groenlandia come un’ipotesi realistica.

La trasformazione dell’isola danese nel 52esimo Stato pare fantapolitica, ma in quel caso la Casa Bianca avrebbe la titolarità su tutte le terre rare presenti: un affare notevole per Washington. Invece, se volevano le rotte artiche avrebbero investito in maniera diversa e in dimensioni molto maggiori.

– Se Trump spingesse per un reshoring energetico ed industriale americano, quali sarebbero le regioni più toccate e quelle più sacrificabili?
– Proprio il succitato documento sulla sicurezza nazionale ha indicato quali sono le parti di mondo ormai più interessate direttamente e quali non lo sono più. Ad esempio, tutta l’Africa ha perso di interesse per gli USA, tranne forse alcuni Stati che possono essere considerati fornitori di materie prime.

Rammentiamo che gli USA presero l’ultima batosta in Somalia nel 1991 e probabilmente non l’hanno ancora digerita. L’altra regione che ha perso di interesse è il Medio Oriente, “appaltato” a Israele al quale Washington ha sostanzialmente dato carta bianca su come gestirlo.

Idem per i Paesi limitrofi come Iraq e Afghanistan, abbandonati dagli USA. L’Europa la considerano una palla al piede: oggi ci vedono come degli approfittatori e domani saremo soltanto clienti dei loro mercati (e lo diventeremo sempre di più una volta approvato il sistema di rifornimento di armamenti).

Invece diventa di precipuo interesse per la sicurezza e l’equilibrio degli Stati Uniti tutto il Continente americano. Torniamo così alla teoria del “cortile di casa”, come da sempre considerano l’America Centrale e Meridionale, e in parte anche il sud-est asiatico. Dunque vi sarà un maggiore interesse a creare relazioni bilaterali con quei Paesi che possono essere utili. Ecco come sarebbe rivisto da Trump lo scacchiere mondiale.

– Come vede il ruolo dell’Europa? Noi europei parliamo di valori perché ci manca una forza militare da contrapporre? o abbiamo ormai solamente un ruolo economico? C’è la possibilità di ritagliarsi uno spazio operativo entro il contrasto fra USA, Cina e Russia?
– Qui tocchiamo una nota estremamente dolente. Io mi considero europeista da sempre. Ciò che vedo quotidianamente è una deriva di quel sistema-Europa in cui molti di noi avevano investito risorse intellettuali ed energie.

Purtroppo l’Europa ha perso il suo ruolo di leader economico e in parte anche politico. Avevamo un ruolo grazie al nostro soft power di indirizzo delle regolamentazioni internazionali su parecchi temi all’ordine del giorno per la comunità internazionale. Abbiamo perso il ruolo di mediatori e pure quello di capofila in ambito di ricerca e innovazione.

In questo momento dovremmo provare a ricrearci il ruolo fondamentale di cuneo fra le 2 o 3 potenze che si stanno contendendo il mondo, quindi economicamente USA e Cina e poi la Russia che ha un peso strategico importante. Se riuscissimo a recuperare tale funzione di cuneo, presentando al mondo un modello diverso a cui aderire e da promuovere, allora potremmo anche recuperare una reputazione ormai perduta.

Oggi con l’attuale Commissione a guida von der Leyen e con l’attuale Consiglio dei capi di Stato e di governo che guidano i 27 non vedo possibile un tale cambio di direzione. Onestamente sono piuttosto pessimista sulla possibilità di recuperare un ruolo guida da parte della UE. Insieme a molti altri colleghi lo diciamo da molto tempo: servirebbe aprire un tavolo per la riforma dei trattati istituitivi e un rilancio del progetto politico europeo.

Persino Mario Draghi ha detto che l’Europa deve tornare a credere nella possibilità di un’unione politica lasciando da parte le altre velleità. Mi fa sorridere che un tale richiamo venga proprio da lui, che è sempre stato uno dei rappresentanti dell’Europa solo economica e finanziaria. Dunque anche lui è arrivato a questa conclusione, fortunatamente.

– Se iniziasse una nuova Guerra Fredda, quale sarebbe il nuovo Muro di Berlino?
– Non sarebbe un muro fisico o un luogo simbolico come erano la Porta di Brandeburgo o il Checkpoint Charlie. La cortina di ferro sarebbe rappresentata dal controllo più o meno forte della capacità di innovazione e in particolare del controllo del sapere digitale. Sarebbero quelle centrali di potere ed economiche in grado di controllare come si gestisce tutto quello che è digitale.

E prendo l’intelligenza artificiale semplicemente come ultimo prodotto sviluppato in questo settore.

– Il campo di battaglia dunque sarebbe infrastrutturale.
– Sì, sarebbe infrastrutturale e sarebbe altresì un cambio di prospettiva: non più solo carri armati che conquistano territori, ma anche grandi investimenti per conquistare spazi cosmici dove mandare i satelliti, materie prime critiche che servono per generare l’energia necessaria ai supercomputer o infine le terre rare per costruire trasformatori, microchip etc.

Cambia pure la soggettività. Chi gestirà gli eserciti futuri non saranno più soltanto gli Stati con le Forze armate classicamente intese, ma saranno i grandi gruppi economici che stanno già controllando eserciti di programmatori, capacità infinite di rapida programmazione ed elaborazione dati. In certi casi pure eserciti armati, come in quelle zone dell’Africa dove si estraggono materie prime critiche, vi sono anche in questo caso eserciti armati alle dipendenze più o meno dirette di grandi società europee e nordamericane per il controllo di queste zone.

C’è quindi un connubio fra la violenza e il controllo tradizionale e quello moderno e quasi fantascientifico. La linea di demarcazione sarà sempre di più sulle infrastrutture e sulle infrastrutture di controllo sulla gestione della conoscenza smaterializzata.

– Tale conoscenza smaterializzata porterà al superamento della globalizzazione?
– Sì, perché ormai la globalizzazione è un tema da amanti del retrò. Se guardiamo ai valori in termini di miliardi di euro dell’interscambio di alcune zone del mondo, queste raggiungono in proporzione dei livelli di molto superiori a quello che si ha a livello globale.

Prendiamo ad esempio quello si sta sviluppando nel sud-est asiatico e poi dall’India al Giappone: gli scambi interregionali hanno raggiunto livelli enormi, perché ormai si guarda all’efficienza dello scambio e non solo al valore complessivo.

Sono convintissimo che la globalizzazione abbia rappresentato un momento importante per l’evoluzione dell’umanità, ma ormai l’abbiamo superata sia perché non la consideriamo più utile, ma anche perché abbiamo capito che il “neo-regionalismo” ha in sé molti più vantaggi. Quindi in molti si stanno ripiegando su questa nuova visione. Oltre al fatto che i grandi soggetti come in particolare gli USA stanno investendo tutto sul rapporto bilaterale.

A differenza degli Stati Uniti, la Cina ha dei rapporti bi- o pluri-laterali in cui riconosce a delle zone del mondo dei vantaggi che però poi vengono implementati dal rapporto one-to-one. Dunque anche la Cina gioca a modo suo sul regionalismo, basti vedere gli accordi siglati da Pechino con l’Unione Africana.

La Cina è oggi il primo partner di tutti i 54 gli Stati membri dell’Unione Africana. In Sudamerica non è ancora il primo partner, ma il secondo dopo gli USA e in alcuni il primo. Dunque ha certamente superato il peso dei Paesi europei in queste aree geografiche. E per non parlare dei Paesi del sud-est asiatico, che sono vicini di Pechino.

– Quanto hanno influito il Covid e la guerra in Ucraina sul declino della globalizzazione? Hanno accelerato un processo che era già in atto con un efficientamento per macro-aree o sono fattori che non c’entrano nulla?
– Sicuramente è possibile che abbiano accentuato il passaggio culturale e di civiltà. Il Covid ci ha obbligato a restare in casa, a guardarci più da vicino e a cercare di approvvigionarci di quello che ci serviva quasi a chilometro zero.

Le grandi organizzazione regionali, UE in primis, sono riuscite a tener testa a ciò che stava accadendo grazie alla loro organizzazione e resilienza. Si iniziò a parlare molto di resilienza proprio a seguito del Covid, che ci ha aiutato a guardarci di più l’ombelico e lasciar perdere le questioni lontane.

In realtà già prima del 2019 molti criticavano quello che la globalizzazione aveva portato e presentato, ma la spinta del Covid probabilmente c’è stata su riguardare temi come efficienza, resilienza e vicinanza. Mettendo a sistema i suddetti tre fattori ci si è accorti che vicino a noi ci sono molte cose e su certi tipi di relazione è meglio investire a corto raggio.

– Dopo la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione ha preso piede anche perché il mondo appariva come unidiretto. Ora siamo già nel mondo multipolare?
– In questo momento purtroppo no. Sta emergendo la predominanza della legge del più forte. Anzi, io parlo della legge della giungla, il che è peggio, perché in realtà la giungla non ha nemmeno delle regole. Il forte viene almeno riconosciuto e inserito in un sistema normato, mentre la giungla non ha leggi.

E allora si produce il tentativo di affermare un sistema unipolare, quello del più forte – gli USA – e dell’assenza totale di regole, una deregulation completa. Col tentativo pure di cancellare tutte le regole fino ad oggi che stavano alla base della comunità internazionale, non per riscriverle, ma per delegare al più forte i rapporti.

Basti vedere l’uscita degli Stati Uniti da 54 trattati e organizzazioni internazionali. Altro esempio è il proporre o l’avanzare dazi che appena il giorno dopo vengono ridefiniti. Ciò denota la volontà di cancellare tutto quello che è normato e poi di normare a proprio capriccio giorno per giorno i rapporti con ciascuno dei soggetti che ci si trova davanti.

Ecco perché se l’Europa avesse un altro tipo di classe dirigente potrebbe proporre all’interno della comunità internazionale un modello alternativo, fatto di valori non solo economici e commerciali, ma anche etici e umani. Purtroppo oggi manca la classe dirigente che possa farlo. Ora le altre potenze succitate, seppur storicamente e culturalmente diverse e lontane, si stanno accodando al modello imperialista unico, rappresentato dagli Stati Uniti

– Si fa un gran parlare di superare l’unanimità come regola. Tanti dicono che la fondazione dell’Unione Europea sia la conditio sine qua non per l’assenza di guerra in Europa negli ultimi 80 anni.
Tale sistema del Consiglio di Sicurezza, che permette coi veti di trovare una soluzione diplomatica, è saltato nel momento in cui qualcuno ha pensato di costituire coalizioni internazionali alternative?
– Non ho mai messo in relazione lo sviluppo e la crescita di un progetto come quello europeo con l’incrinarsi del funzionamento di un’organizzazione sovranazionale come sono le Nazioni Unite. Secondo me entrambe le organizzazioni hanno sofferto in proprio, dal punto di visita costituzionale, questo sistema di decisione. Patiscono il fatto che nell’ONU il sistema decisionale sia fatto da 5 membri permanenti e da altri a rotazione.

Il diritto di veto di quei 5 Stati rappresenta un vulnus enorme e oggi come non mai non solo si sta mostrando in tutta la sua drammaticità, ma ne decreterà la triste fine. Ormai il Consiglio di Sicurezza è incapace di adottare qualunque decisione. L’Unione Europea nacque da una spinta ideale e idealistica applicata allo sviluppo economico e con grande lungimiranza dei 6 Paesi fondatori.

Il fatto che attualmente certe decisioni debbano essere prese all’unanimità costituisce un limite e un freno. Da tempo sostengo una riforma del Consiglio di Sicurezza che elimini i cinque membri permanenti e tolga il diritto di veto.

Da parte mia, sono sempre stato per eliminare l’unanimità in seno all’UE sin da tempi non sospetti, e di applicare il doppio regime delle maggioranze qualificate che prende in considerazione il peso degli Stati membri. A mio parere è il modello più efficace ed efficiente per far funzionare un’organizzazione.

Fonte: Strumenti Politici