Si verificano riallineamenti ed emergono nuove coalizioni in questo scoppiettante inizio del 2026. I progetti geopolitici di Trump tengono svegli la notte certi leader europei, che in vari modo tentano di elaborare per sé e per l’Europa delle garanzie di sicurezza. Il nemico adesso è il nuovo corso di Washington, mentre Mosca o Pechino sembra facciano meno paura. Ne fa un’approfondita analisi Howard French, docente della Columbia University ed editorialista del Foreign Policy.
Da presidente in due mandati non consecutivi, Trump ha fatto praticamente l’opposto di tutto ciò. Secondo me, comunque, è solamente in queste ultime settimane che la vivace metafora di Luttwak è prepotentemente tornata in mente. Con le sue azioni estremamente aggressive in Paesi geograficamente lontani come Nigeria, Siria e Venezuela (nel quale Trump si è dichiarato “presidente ad interim” dopo aver ordinato il rapimento di Maduro), e con minacce di ulteriori attacchi in luoghi come l’Iran, ora sono gli USA che premono una serie di Stati contro le pareti dell’ascensore.
Questo scenario di Luttwak, con le sue ingiuriosi metafore corporee, è stato pubblicato più di un decennio orsono, in un’epoca di acuta ansietà verso la Cina in rapida crescita. Quello che era infatti lo Stato più popoloso del mondo e quello con il record della trasformazione economica più intensa, che durava da oltre un quarto di secolo e stava inquietando moltissima gente. Fra di loro naturalmente c’erano i Paesi occidentali guidati dagli USA, che si erano da lungo tempo abituati al loro incredibile benessere, all’esteso potere e all’influenza che ne derivava. E adesso erano ridotti sempre di più a dover guardare nervosamente nello specchietto retrovisore una Cina che li stava raggiungendo.
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