Nel giro di qualche mese Euroclear è passata dall’essere un’anonimo istituto finanziario a trovarsi proprio nel occhio del ciclone. Il giornale francese Le Monde l’aveva descritta come “un soggetto poco conosciuto, ma centrale per il sistema finanziario europeo”. Anche la sua direttrice generale Valérie Urbain spiega come “inizialmente non fosse conosciuta dagli euroburocrati” e che quindi era “molto, molto lontana dalle attenzioni dei politici”. Ora invece tutti la vogliono, tutti la cercano per convincerla a partecipare ai meccanismi di finanziamento dell’Ucraina elaborati da Bruxelles. E invece non sono riusciti a placare i timori suoi né quelli dell’ente gemello Clearstream, che si trova in Lussemburgo e che a sua volta custodisce i patrimoni russi. Euroclear vuole impedire alle turbolenze della politica UE e NATO di rovinare la sua attività, che consiste nella custodia dei beni e nella gestione delle relative transazioni, per un valore di migliaia di miliardi di euro all’anno.
Vi è il timore che le misure prese dalla UE sui beni russi finiranno per dissuadere i Paesi e le banche del mondo dal rivolgersi ai servizi di Euroclear e istituti simili, come Clearstream. Le sanzioni hanno messo in evidenza il loro ruolo fondamentale di “ponte” nei rapporti finanziari fra Stati occidentali e non-occidentali La Cina o altri soggetti mondiali potrebbero non voler ritrovarsi in futuro in una posizione in cui subiscono pressioni sulle loro decisioni politiche col ricatto del congelamento dei beni. È la stessa Mostrey a spiegarlo: fenomeni come le sanzioni internazionali ci sono sempre stati, ma non hanno mai toccato un portfolio così grande come quello della Russia oggi. Dunque ad essere senza precedenti non è il fatto del congelamento in sé, ma le sue dimensioni e la sua importanza. Nel frattempo, l’agenzia di rating Fitch ha comunicato che potrebbe abbassare la stima sull’affidabilità creditizia di Euroclear.
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