l’accordo sulle terre rare e’ ancora in alto mare


Se il piano della vittoria non aveva entusiasmato Trump, una volta riconquistata la Casa Bianca la sua squadra è tornata sul punto relativo ai minerali per elaborarlo in un modo più rispondente agli interessi di Washington. E invece lo scopo di Zelensky era ed è ancora prima dare ossigeno vitale alla moribonda economia ucraina e poi ancorarla alle esigenze dei Paesi occidentali, legando a sua volta questi ultimi alle necessità del suo governo e dello Stato. Spera di diventarne il fornitore insostituibile di materie prime, ottenendo così supporto finanziario e materiale e naturalmente quello difensivo. Ma la cifra di un miliardo di dollari – il valore complessivo dell’export minerario ucraino – è troppo ghiotta per essere ceduta con facilità e rapidità, nonostante le urgenze impellenti di un’Ucraina sull’orlo della bancarotta. Per questo motivo ha sprezzantemente rifiutato la versione dell’accordo propostagli dagli USA a inizio febbraio.

Al momento gli USA vogliono la metà delle entrate derivanti dallo sfruttamento di tutte quante le riserve del sottosuolo. Tutte, mica solo le fantomatiche terre rare, ma pure i più semplici e immediati gas e petrolio. E già che ci siamo, pure il 50% delle entrate dalle relative infrastrutture come i porti e i terminal. Esattamente come all’inizio della tormentata vicenda, Trump vuole che l’Ucraina ripaghi gli USA dei miliardi gentilmente e generosamente concessi da Biden a partire dal 2022. Ma ci sono “chiare linee rosse” che il governo di Kiev non è disposto a lasciar attraversare, come dichiarato dal premier Denys Shmyhal, a Bruxelles per partecipare alla riunione del Consiglio di associazione UE-Ucraina. Due di questi limiti invalicabili, dice, sono la Costituzione ucraina e l’integrazione europea del Paese, che richiede il rispetto di determinati impegni dai quali non si può derogare nemmeno col benestare di Washington.

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