Si parla da anni degli sforzi di Erdoğan di restaurare l’antica potenza ottomana. Forse è una visione eccessiva, ma certamente il presidente turco sta aumentando la forza e il prestigio del suo Paese anche a discapito dei limiti – formali e sostanziali – che impone l’appartenenza all’Alleanza Atlantica. Di tutti i membri della NATO, è la Grecia a gradire di meno l’espansionismo di Ankara.
L’impegno internazionale di Erdoğan serve anche come strumento per riaffermare la presa sul panorama politico nazionale, che ultimamente si è indebolita, come dimostrano le proteste di piazza a favore del sindaco di Istanbul, temuto dal governo come potenziale rivale del presidente. Se i suoi sforzi di diventare lo storico mediatore fra Russia e Ucraina sono rimasti frustrati, ora Erdoğan cerca di imporsi come figura di riferimento nei Balcani.
Il suo lavoro in questa direzione era cominciato lo scorso anno, quando era andato a Tirana per inaugurare un’imponente moschea, lautamente finanziata proprio dallo Stato turco. Parallelamente ha promosso con l’Albania degli accordi di cooperazione economica e militare, firmati anche con altri due Paesi a ridosso della Grecia: Macedonia del Nord e Kosovo. Peraltro, l’approccio turco qui può essere abilmente mascherato da interesse religioso, perché si tratta di Paesi con una grossa componente musulmana.
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